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sabato, 24 Febbraio, 2024

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Dire.it intervista il Prof. Francesco Mancini, Direttore della Scuola di specializzazione in Psicologia Cognitiva SPC – APC

ll 23 ottobre a Roma, presso l’Istituto di Psicologia della Università Pontificia Salesiana, si è tenuto il Convegno “La valutazione tra pari nelle scuole di psicoterapia cognitivo-comportamentale a garanzia della qualità della formazione e degli interventi in ambito di salute mentale”, promosso dalla Consulta delle Scuole di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale.

Durante la Giornata Mondiale della salute mentale – il cui tema è “La salute mentale è un diritto umano universale” – Dire.it ha proposto un’intervista al Prof. Francesco Mancini, Direttore della Scuola di specializzazione in Psicologia Cognitiva SPC – APC.

Professore, il convegno è promosso dalla Consulta delle Scuole di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale. Qual è il Suo ruolo nella Consulta e perché è importante riavviare una riflessione sulla formazione dello psicoterapeuta proprio oggi?
La consulta delle Scuole di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale è stata costituita circa 10 anni fa e riunisce 31 Scuole con diverse sedi in Italia. Le Scuole sono riconosciute dallo Stato al fine di erogare corsi di specializzazione che abilitano all’esercizio della psicoterapia. I corsi sono riservati a laureati in psicologia o in medicina, della durata di quattro anni, con 500 ore di attività didattiche ogni anno. Gli specializzati vengono iscritti in appositi Elenchi degli Psicoterapeuti che sono consultabili presso gli Ordini dei Medici e quelli degli Psicologi. Lo scopo principale della Consulta è garantire la qualità della didattica delle sue Scuole e, quindi, la qualità degli specializzati e, in definitiva, la qualità delle cure per i pazienti. Il mio ruolo è di Presidente eletto per il triennio in corso. Per rispondere alla domanda perché è importante ri-avviare una riflessione sulla formazione dello psicoterapeuta proprio oggi, è opportuna una premessa storica. Negli anni ’80 ci si è resi conto che l’esercizio della psicoterapia e la formazione in psicoterapia non erano più un fenomeno di nicchia ma erano sempre più diffusi e che erano entrambi compromessi da una pressoché totale de- regulation. Chiunque poteva definirsi psicoterapeuta e curare pazienti e chiunque poteva formare psicoterapeuti. È chiaro che si trattava di una situazione inaccettabile, se considerata dal punto di vista della garanzia delle cure per i cittadini. Nel 1989 fu promulgata la legge 56/89 che costituì la professione di psicologo e che disciplinò l’esercizio della psicoterapia e della sua formazione. Da allora per essere abilitati alla psicoterapia è necessario essere laureati in medicina o in psicologia, frequentare delle scuole di specializzazione pubbliche o private riconosciute dallo Stato Italiano ed essere iscritti negli appositi elenchi degli psicoterapeuti presenti in tutti gli ordini regionali degli psicologi e in quelli provinciali dei medici. Le prime scuole di specializzazione furono riconosciute il 31 dicembre del 1993 e iniziarono a lavorare pochi mesi dopo. Questa politica, pur tra molte difficoltà, ha dato risultati indubbiamente positivi. Non a caso la fiducia delle persone nei confronti della psicoterapia è chiaramente aumentata in questi 30 anni. Che cosa invece accade oggi? Di fatto si sta riproducendo una sostanziale deregulation. Ciò accade in due modi principali. In primo luogo, è sempre più frequente che laureati in psicologia eroghino “terapia psicologica”, ritenendola, senza alcun fondamento logico, diversa da una psicoterapia senza avere la specializzazione e senza alcun intervento da parte di chi avrebbe l’onere di difendere la qualità della professione e, in definitiva, il bene dei pazienti. È chiaro che la maggior parte dei pazienti non è ragionevolmente in grado di orientarsi in un campo che spesso appare confuso. Di sovente non si ha nemmeno idea delle differenze fra psicologo e psicoterapeuta. In molti casi neanche tra psichiatra e psicoterapeuta. Come, quindi, un paziente può orientarsi nella scelta del professionista da cui farsi curare, se le specifiche competenze dello psicoterapeuta non sono rispettate e rese ben chiare al grande pubblico da chi ha per legge la responsabilità di farlo? In secondo luogo, la formazione in tecniche di intervento psicoterapeutico è ormai spesso erogata senza autorizzazioni e controlli statali, con la conseguenza che le tecniche sono insegnate anche a semplici laureati che non hanno quella formazione specialistica necessaria per usarle in modo oculato. La psicoterapia, infatti, non è un insieme di tecniche ma richiede una formazione articolata che tenga conto di come funziona la mente in generale, in particolare quella dei pazienti, e della relazione terapeutica. Credo che sarebbe inaccettabile un medico che conosce i farmaci ma non le patologie per le quali prescrive i farmaci. Se questo principio vale per la medicina, dovrebbe valere molto di più per la psicoterapia. Per questo è fondamentale tornare a sottolineare l’importanza della formazione alla psicoterapia secondo criteri rigidi e stringenti che solo le scuole di specializzazione possono garantire.

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