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giovedì, 23 Maggio, 2024

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“Non restare a guardare. Un anno di soccorsi in mare della life support”. Il bilancio del primo anno della nave di Emergency

LE PERSONE SOCCORSE

Nel primo anno di attività, la nave di EMERGENCY Life Support ha soccorso 1.219 naufraghi: 846 uomini, 101 donne di cui 7 in stato di gravidanza, 216 minori non accompagnati e 56 minori accompagnati. I nuclei familiari sono stati 43. Le persone soccorse provenivano da Bangladesh (148), Siria (142), Costa d’Avorio (106), Egitto (106), Pakistan (96), Eritrea (59), Guinea Conakry (59), Etiopia (55), Mali (56), Senegal (55), Sudan (52), Camerun (49), Gambia (48), Nigeria (36), Somalia (29), Tunisia (27), Guinea Bissau (23), Libia (18), Benin (10), Ciad (9), Sierra Leone (8), Sud Sudan (5), Burkina Faso (5), Marocco (4), Palestina (4), Congo (4), Mauritania (3), Liberia (2) e Algeria (1). Tra questi, diversi sono i Paesi colpiti da conflitti come il Sudan e la Siria e da instabilità e crisi economiche come la Libia, la Sierra Leone, l’Egitto e la Tunisia. Oltre a Paesi che negli ultimi mesi hanno vissuto forti instabilità come il Sud Sudan e il Ciad. Le persone soccorse dalla Life Support hanno raccontato ai mediatori culturali di avere subito abusi, torture e gravi violazioni dei loro diritti, di essere state vittime di estorsioni e sfruttamento.

Sono i dati raccolti da EMERGENCY in un bilancio del suo primo anno di attività con la sua nave contenuti nel report Non restare a guardare. Un anno di soccorsi in mare della Life Support.

In Libia non ci sono diritti per i migranti, possono ucciderti per strada e a nessuno importa. Ma anche in Tunisia c’è molto razzismo contro i neri. A Sfax attaccano spesso noi africani subsahariani. Vengono nelle case in cui viviamo, ci rubano i soldi, i telefoni, ci picchiano anche per ore se non abbiamo soldi. – è la testimonianza di un ragazzo di 24 anni soccorso dalla Life Support – Ho ancora tante cicatrici sul corpo. Sono fuggito dalla Sierra Leone, dove molti membri della mia famiglia sono stati uccisi perché considerati oppositori politici. Sono dovuto scappare in Marocco, ho passato mesi nel deserto.

Sono andata via da sola dal mio Paese, il Camerun. Sono fuggita da violenze e abusi, lasciando famiglia e amici. Sono arrivata in Tunisia passando per il deserto dell’Algeria. Durante il viaggio sono stata violentata dagli uomini che avevo pagato per portarmi in Tunisia. Succede a moltissime donne. – è il racconto di una ragazza di 28 anni – In Tunisia ho raccolto i soldi per il viaggio in mare. In quei mesi non sono mai potuta andare da un dottore perché ero senza documenti. Solo una volta salita sulla Life Support, ho potuto fare un test di gravidanza. In quel momento ho scoperto di essere incinta di tre mesi.”

I PORTI E IL DECRETO PIANTEDOSI

Dal dicembre 2022 al dicembre 2023, la Life Support ha portato a termine 24 operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale, la rotta migratoria più pericolosa al mondo, percorrendo quasi 40.000 km per 105 giorni in totale.

I porti assegnati sono stati Brindisi (2), Civitavecchia (1), Livorno (3), Marina di Carrara (3), Napoli (1), Ortona (2), Ravenna (1) e Taranto (1). Per raggiungere i porti lontani la nave di EMERGENCY Life Support ha percorso in media 630 miglia nautiche, impiegando 3,5 giorni di navigazione a missione. Per questi giorni di navigazione non necessari EMERGENCY ha dovuto sostenere una spesa di 938.248 euro. I viaggi per arrivare ai porti e tornare nel Mediterraneo hanno comportato 56 giorni di navigazione in più rispetto a un porto nel Sud Italia, allontanando la nave dalle zone SAR e sottraendo tempo prezioso alle attività di ricerca e soccorso.

La presenza in mare ci ha permesso di vedere in modo diretto gli effetti che le politiche migratorie hanno avuto sulle attività delle Ong che si occupano di ricerca e soccorso. Il loro operato continua a essere criminalizzato e ostacolato. – commenta Carlo Maisano, coordinatore della Life Support – Il decreto Piantedosi, insieme all’assegnazione del porto lontano e alle detenzioni amministrative, ha sottratto tempo prezioso al soccorso e alla tutela della vita di chi è in mare.”

Progetto fortemente voluto da Gino Strada, la Life Support fa parte della “flotta civile” e riporta il diritto alla vita al centro del dibattito sulla migrazione. Un’azione ancora più urgente anche a causa della sistematica campagna di criminalizzazione contro le Ong che continuano a subire ostacoli, dai fermi amministrativi ai sequestri preventivi. Nel 2023 la Life Support non ha ricevuto fermi amministrativi ma per effetto del cosiddetto decreto Piantedosi, successivamente convertito in legge, sono state disposte 14 detenzioni amministrative che hanno colpito gli assetti di altre Ong. Il decreto Piantedosi ha avuto un impatto fortemente negativo per le persone che hanno tentato di attraversare il Mediterraneo e per le attività delle Ong. Tra gli effetti, c’è stata la quasi impossibilità di effettuare soccorsi multipli perché viene richiesto che le navi raggiungano il porto di sbarco assegnato dalle autorità senza ritardo. Da dicembre 2022 a fronte di 10 soccorsi multipli coordinati dalle autorità italiane, 42 segnalazioni di casi di distress notificati dalla Life Support dopo la sua prima operazione di salvataggio hanno ricevuto una risposta negativa o nessuna risposta dal Centro di coordinamento italiano dopo l’assegnazione di un porto di sbarco.

LE MISSIONI

Dal 13 dicembre 2022, quando la Life Support ha lasciato il porto di Genova per la sua prima missione, alla fine del 2023, la nave ha compiuto 15 missioni di cui solo una senza soccorso. Sul totale dei salvataggi, 13 casi sono stati segnalati dall’aereo Airborne della Ong Sea Watch e dall’aereo della Ong Pilotes Volontaires oltre che da Alarm Phone. Dal ponte della Life Support sono stati avvistati 5 casi senza che fossero state ricevute indicazioni o coordinate tramite altri canali. Sono 2 i casi riferiti da Frontex (Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera), mentre 3 operazioni di soccorso si sono concluse a seguito di una segnalazione da parte della Guardia Costiera italiana.

La maggior parte dei casi di distress provenivano dalla rotta libica occidentale, in particolare da Zwara e Al Zawiya; 3 imbarcazioni avevano invece lasciato le coste della Libia orientale, da Bengasi o Tobruk; 6 imbarcazioni erano partite dalla città di Sfax, in Tunisia. Tra le imbarcazioni in distress soccorse dalla Life Support, 9 erano in legno, 5 in lamiera, 5 in gomma e 5 in vetroresina.

Tipiche della rotta tunisina sono le cosiddette iron boat, costruite con lastre di lamiera mal saldate fra loro, caratterizzate da galleggiabilità e stabilità scarse. Le iron boat sono particolarmente difficili da soccorrere a causa del loro profilo tagliente, che rischia di danneggiare i tubolari dei gommoni dei soccorritori.

I RESPINGIMENTI E LE OMISSIONI DI SOCCORSO

In un anno in mare EMERGENCY ha assistito alle conseguenze dirette delle scelte politiche europee e non solo sulle persone che attraversano il Mediterraneo e sulle Ong: le continue e ingiustificate omissioni di soccorso di casi di distress, le pratiche di intercettazione e respingimento collettivo verso Paesi dove avvengono ripetute violazioni dei diritti umani e il restringimento dello spazio umanitario per chi opera nel Mediterraneo centrale. In particolare, durante la sua sesta missione, la Life Support ha ricevuto la segnalazione che il mercantile Grimstad aveva prestato soccorso a un’imbarcazione in difficoltà e si era poi recato in Libia, istruito dal Centro di coordinamento italiano. La Life Support ha tentato – senza successo – di contattare il ponte di comando e la compagnia armatoriale del mercantile per allertare che lo sbarco di naufraghi in Libia si qualifica come una violazione del diritto internazionale. Come ribadito da diverse istituzioni internazionali, la Libia non può essere in alcun modo considerata un luogo sicuro per lo sbarco dei naufraghi a seguito di operazioni di ricerca e soccorso.

EMERGENCY ha anche osservato come nel Mediterraneo centrale continuino i casi di omissione di soccorso. Per esempio, le autorità di Malta non rispondono alle segnalazioni di distress via e-mail o al telefono e istruiscono navi mercantili per monitorare e, in rari casi, soccorrere le imbarcazioni in pericolo. Ad aprile 2023, per la prima volta Malta ha coordinato il soccorso di due imbarcazioni in distress, grazie al continuo sforzo di pressione da parte delle Ong. Nonostante sulla rotta verso il porto assegnato la Life Support avesse offerto e rinnovato la propria disponibilità a offrire assistenza ai casi di distress, le operazioni sono state effettuate da due navi mercantili.

IL TEAM

Il team della Life Support è composto da un totale di 28 persone di cui 9 marittimi, 17 persone dello staff EMERGENCY e 2 posti a disposizione per eventuali necessità a bordo. Il gruppo sanitario è formato da 2 infermieri e 1 medico ed è affiancato da 2 mediatori culturali. La squadra ha esperienza in contesti umanitari e sanitari complessi.
L’ambulatorio di bordo è attrezzato per fornire prestazioni di assistenza medica di base e di pronto soccorso avanzato. L’attività sanitaria prevalente è stata quella della medicina di base: patologie legate al viaggio come le affezioni del tratto respiratorio, spesso dovute anche all’inalazione dei fumi della barca su cui viaggiano i naufraghi, le ustioni cutanee dovute al contatto con la miscela di acqua salata e carburante che quasi sempre si deposita sul fondo dello scafo su cui stanno rannicchiati, disidratazione e problemi osteo-muscolari.

In 15 missioni, nell’ambulatorio della Life Support sono stati visitati 112 pazienti tra cui 32 donne e 20 minori di 18 anni. Le principali cause di accesso all’ambulatorio sono state le ustioni seguite da traumi, malattie infettive, patologie della pelle e necessità ginecologiche e ostetriche. 

Le persone che salviamo in mare non sono abituate a essere prese in carico da qualcuno. Per mesi, talvolta per anni, nessuno si è preso cura di loro. Circa la metà delle persone che abbiamo visitato riporta patologie, spesso traumi, che risalgono ai mesi precedenti il salvataggio. – dichiara Roberto Maccaroni, responsabile sanitario della Life Support – Quando le vediamo in ambulatorio, dopo mesi in cui sono rimaste neglette, si sono spesso cronicizzate. Questo vale anche per le loro condizioni psicologiche”.

LE RACCOMANDAZIONI DI EMERGENCY

Per salvare la vita in mare e promuovere un approccio alle migrazioni basato sui diritti umani, EMERGENCY chiede all’Italia, a Malta, all’Unione Europea e alle competenti organizzazioni internazionali di dare attuazione a queste 10 raccomandazioni urgenti.

  • Porre la tutela della vita in mare al centro di ogni decisione che riguarda la rotta migratoria del Mediterraneo.
  • Rafforzare la capacità e dedicare le risorse necessarie alla ricerca e al soccorso in mare, attivando una missione SAR a guida europea, nel rispetto degli obblighi internazionali che prevedono che gli Stati partecipino, individualmente o in cooperazione, affinché sia garantita l’assistenza alle persone in pericolo in mare.
  • Assicurare la cooperazione fra stati costieri e limitrofi allo scopo di coordinare e operare efficacemente operazioni di ricerca e soccorso che devono necessariamente concludersi in un Place of Safety, così come definito dalla normativa e dalle linee guida internazionali.
  • Riconoscere il ruolo salvavita delle ONG nel Mar Mediterraneo e considerare le navi umanitarie come asset disponibili per le operazioni SAR.
  • Abbandonare e revocare qualsiasi pratica discriminatoria e di criminalizzazione contro le ONG.
  • Assicurare l’assegnazione del porto di sbarco più vicino e disponibile per ridurre inutili e ulteriori sofferenze per i sopravvissuti e garantire il loro rapido accesso ai servizi di base; ma anche per evitare che le navi subiscano ritardi ingiustificati e oneri finanziari.
  • Interrompere ogni azione che supporta l’intercettazione e il respingimento di naufraghi verso la Libia e la Tunisia, che non possono essere considerati luoghi sicuri per lo sbarco dei sopravvissuti e che continuano a rendere l’Europa e l’Italia complici di crimini contro l’umanità e gravi violazioni dei diritti umani.
  • Revocare il Memorandum Italia-Libia e tutti gli accordi che delegano la gestione della migrazione a governi o attori riconosciuti per il loro scarso o assente rispetto dei diritti umani, che rendono l’Europa e l’Italia co-responsabili delle violazioni e dei crimini nei Paesi di origine e transito.
  • Garantire e ampliare le vie di accesso legali e sicure, assicurando che l’accesso al territorio europeo sia sempre garantito per richiedere la protezione internazionale.
  •  Stabilire meccanismi di ricollocamento e accoglienza efficaci, nel rispetto dei diritti umani e della dignità dei migranti, per favorire un adeguato percorso di inclusione e la costruzione di società eque e coese.

È possibile scaricare il report al link

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