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sabato, 10 Ottobre, 2026

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Avvenire: Piersanti assedia il castello dell’autismo

da Avvenire

di Paolo Lagazzi

Umberto Piersanti è senza dubbio uno dei più icastici e misteriosi poeti italiani dell’ultimo mezzo secolo. Mentre evoca il corpo del mondo, egli ci sottrae di continuo ciò che ci offre. La vita è un inarrestabile passaggio di occasioni che evaporano nell’attimo stesso del loro affiorare: tutto è in bilico fra luce e ombra, realtà e sogni; tutto è carne e aria, presenza e assenza, pienezza e traccia, evento e fantasma.

Percorrere con intrepida passione il crinale sottile su cui le cose e le creature appaiono e svaniscono ha sempre voluto dire, per Piersanti, sfiorare l’ipotesi di un rovescio anamorfico del reale, di un fondo arcano e magico delle cose, di un altrove del senso, ma non l’ha mai spinto a fare quel passo che avrebbe potuto introdurlo nel terreno della metafisica. Eros e Thanatos nutrono la sua sensibilità alle radici sacre dell’essere, ma questa sensibilità resta sempre, per così dire, aperta, refrattaria a ogni definizione o certezza.

Eppure, nella profondità del suo spirito ha sempre covato una sete di assoluto, come mostra con un pathos sapienziale il suo racconto Olimpo, parabola di due antichi greci che scalano la vetta per loro più sacra in cerca di un contatto diretto con gli dèi. Benché votata allo scacco (a un certo punto i due rinunciano), questa impresa ha il senso bruciante di una domanda necessaria, di una tensione irriducibile nel cammino di due anime.

A monte dell’opera di Piersanti occorre ricordare le due occasioni biografiche che l’hanno segnata più radicalmente, fino a gettarla con violenza contro il muro del mistero o dell’Oltre: la malattia psichica del poeta, da lui evocata nella sua più scabra e contratta raccolta L’urlo della mente; e il male – l’autismo – che ha stretto suo figlio Jacopo, a partire dai quattro anni, in una morsa implacabile, senza scampo.

Questo secondo male ha disseminato le sue crepe, ombre e ferite nei versi di Piersanti, e ora il poeta ha raccolto tutti quei testi in un libro intitolato semplicemente Jacopo (InternoPoesia, pp. 200, euro 15). Se L’urlo della mente è lo specchio di un’impasse personale diventata lacerazione della voce, parola fulminata, pura negazione della forza compensatoria della poesia, i molti componimenti dedicati al figlio sono l’alta, straziante espressione di uno sgomento simile allo stupore dei mistici di fronte al Tremendo, al volto abissale di Dio.

Di continuo il padre tenta di parlare al figlio, di forzare il silenzio, la lingua incomprensibile o il luogo mentale – simile a un castello senza porte d’accesso – nel quale Jacopo si è rinchiuso dopo una prima infanzia baciata dalla gioia, dalla grazia e dal riso. L’assedio del poeta al “castello” è una battaglia kafkiana, una sfida all’impossibile.

Benché, in apparenza, quasi uguale allo Jacopo non ancora toccato dal male oscuro, adesso il ragazzo – sempre più alto, a volte minaccioso nella sua forza e irruenza – è più un “fauno” che un essere umano: una creatura segnata dallo spirito selvaggio dei boschi, dal profumo aspro dell’altrove, dal ritmo inarrestabile del mare, dal soffio infinito del vento.

La forma primaria del suo esprimersi, del suo abitare il mondo, è la corsa: un movimento cieco «che mai si volge e mai ritorna», uno spasmo implacabile, un arrancare verso chissà dove, una fuga perpetua come quella di un uccello senza patria né dimora. Il padre continua a inseguirlo nell’arco degli anni per evitargli di perdersi nella nebbia, di cadere in qualche crepaccio o di finire sotto le auto, ma Jacopo è sempre un passo oltre, esposto a ogni rischio eppure immune da tutto, come se qualche potenza invisibile – un angelo o forse l’ultima fata delle Cesane, patria poetica di Piersanti – vegliasse su di lui, lo avvolgesse e custodisse in una sorta di bolla leggera e iridescente, vagamente lunare.

Marchiato dal destino come un reietto dostoevskijano, Jacopo ha conservato e conserverà sempre una tragica grazia, l’alone di una libertà indicibile. Una delle immagini più indimenticabili di Piersanti ce lo mostra capace di abbandonarsi totalmente all’acqua di un lago fino al tramonto, sordo a ogni richiamo, «solo, riverso / con la faccia al cielo», smarrito in un mondo in cui forse il silenzio è la voce stessa di Dio.

 


 

© Riproduzione riservata

L’ultima raccolta, «Jacopo», è dedicata ai tentativi di parlare al figlio chiuso nel silenzio. Una lotta kafkiana. Versi che seguono quelli dedicati alla malattia psichica del poeta, un “urlo della mente”.

 


 

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