Ci sono figure che appartengono non solo alla storia dello sport, ma anche a quella di un modo diverso di intendere la cura, il rapporto umano, la medicina stessa. Franco Menichelli è stato una di queste. Atleta di valore negli anni Sessanta, ha fatto parte di una generazione seguita da una medicina dello sport che oggi appare lontana, quasi romantica, ma profondamente efficace e umana.
Insieme a Luigi Cimnaghi e Roberto Frinolli, Menichelli faceva parte di un gruppo di grandi atleti affidati a un’équipe di pionieri, “visionari” nel senso più autentico del termine, guidati dal Antonio Venerando. Un team che aveva nella competenza clinica, nell’osservazione diretta e nell’empatia i suoi strumenti principali.
All’interno di quel gruppo operava anche il Vladimiro Severini, cardiologo e studioso della fisiologia dell’adattamento muscolare e della performance, in un’epoca in cui il cuore si ascoltava davvero, prima ancora di essere “visto”.
A ricordare quegli anni è Gabriele Severini, con parole che restituiscono non solo un ritratto professionale, ma soprattutto umano:
“Franco Menichelli era un Paziente di mio Padre. Anzi, insieme a Luigi Cimnaghi e Roberto Frinolli faceva parte di un gruppo di grandi Atleti degli anni ‘60 seguiti, coccolati e curati da un gruppo di visionari della medicina dello sport capitanati dal Prof. Antonio Venerando, nel cui team il Dott. Vladimiro Severini si occupava di cardiologia e fisiologia dell’ adattamento muscolare e della performance. Era un’altra medicina: più clinica e meno imaging… più empatia e meno rigore esasperato… più affettuosa attenzione ed ascolto e meno marketing…. Erano anni in cui si auscultava il cuore con un fonendoscopio che faceva percepire molto più di un tono! ciao Franco, io ero bambino ma hai fatto vivere anche a me, indirettamente, momenti indimenticabili.”
È un ricordo che parla di atleti seguiti come persone, non come numeri; di medici che ascoltavano prima di misurare; di un tempo in cui la relazione era parte integrante della terapia. Franco Menichelli, in questo racconto, diventa simbolo di quella stagione irripetibile, fatta di passione, competenza e profonda umanità.
Un saluto che attraversa i decenni, e che restituisce dignità a un’idea di medicina che forse oggi, più che mai, merita di essere ricordata.
