«Il nostro è uno Stato senza potere». Non usa mezzi termini il presidente della Conferenza dei vescovi indonesiani, monsignor Mathinus D Situmorang, che – durante una riunione dell’Associazione degli studenti universitari cattolici indonesiani – ha fortemente criticato l’incapacità del Governo di difendere i cristiani e le loro chiese dagli attacchi degli estremisti che «oggi dominano l’Indonesia, come in passato hanno fatto i colonizzatori stranieri».
Nonostante la ferma opposizione dell’attuale presidente Susilo Bambang Yudhono, dall’inizio del 2009 il fondamentalismo islamico indonesiano è cresciuto in maniera esponenziale riuscendo più volte ad intimidire e manipolare le autorità. Ultimo di una numerosa serie di casi, quello della “Taman Yasmine Church” – la Chiesa cattolica protestante di Bogor, nella regione indonesiana di Java Occidentale – a cui le autorità locali hanno nuovamente posto i sigilli, violando la delibera della Corte Suprema che il 14 gennaio scorso aveva messo fine a 10 anni di battaglie legali.
La decisione è stata presa in seguito alle proteste dei fondamentalisti islamici che, il 13 marzo scorso, avevano contestato la regolarità dei permessi ottenuti dalla comunità cristiana. Le autorità, che solo pochi giorni prima avevano proposto di rimuovere i sigilli, hanno così fatto un ulteriore passo indietro, sostenendo che il nulla-osta necessario alla costruzione fosse stato ottenuto falsificando le firme.
L’autorizzazione per l’apertura di un cantiere è infatti subordinata a una delibera, l’Izin Mendirikan Bangunan (IMB) che deve essere sottoscritta da almeno 60 residenti dell’area. Firme raccolte dai cristiani nel 2001 e riconosciute solo nel 2006, ma che però – a seguito della revoca dell’IMB avvenuta nel 2008 su richiesta della Bogor Islamic Community Association – si sono rivelate insufficienti.
Ora le autorità sostengono che per evitare ulteriori scontri tra musulmani e cristiani, sia necessario trasferire la Chiesa in un altro luogo. Un trasferimento che vorrebbe dire ricominciare da capo l’iter per la costruzione e senza alcuna garanzia di successo. «Spostare l’edificio non farebbe alcuna differenza – ha spiegato ad ACS Shirley Hadisandjaja, corrispondente dall’Italia e dal Vaticano per diverse testate cattoliche indonesiane – perché i fondamentalisti potrebbero infiltrarsi nella nuova comunità e diffondere bugie e calunnie, scatenando l’odio della popolazione locale nei confronti dei cristiani. Inoltre, per un’Indonesia che ambisce ad essere un esempio di nazione unita nella diversità, una decisione del genere non favorirebbe certo lo sviluppo di una società pluralistica».
Senza un edificio di culto ufficiale, molte funzioni religiose vengono officiate in strada o in altri luoghi pubblici, così com’è successo lo scorso Natale. Una soluzione temporanea che peraltro non garantisce maggiore sicurezza, dal momento che ai cristiani non è neanche consentito pregare in pubblico; senza contare il rischio di attacchi violenti da parte dei movimenti estremisti – Islamic Defender Front (FPI) in testa – che nel 2010 interruppero la Messa pasquale. Eppure la legislazione indonesiana prevede alcuni strumenti di tutela per le minoranze, quali i Decreti ministeriali numeri 8 e 9 del 2006 sul “Dovere delle
autorità locali di garantire il diritto e la libertà di adottare qualsiasi religione”.
La paura non è l’unica ragione che costringe il governo a piegarsi ai gruppi oltranzisti, a volte si tratta anche di calcolo politico, come ha spiegato ad ACS padre Franz Magnis-Suseno, gesuita tedesco in Indonesia dal 1955. «In alcune isole, come quella di Java Occidentale, gli estremisti hanno alimentato l’intolleranza. E in quelle regioni, per motivi opportunistici, lo Stato non adempie ai suoi doveri di difendere i cittadini».
Padre Magnis-Suseno, che nel 1977 ha ottenuto la cittadinanza indonesiana, mette però in guardia dalla versione dei media che, spesso, non rispecchia la realtà. Secondo il Pancasila, pensiero filosofico su cui basa la propria azione politica del “Patrai Demokrat” attualmente al governo, l’Indonesia – indipendentemente dalle religione professate – appartiene ai suoi abitanti: una premessa che non riconosce alcuno status speciale all’Islam, benché esso rappresenti il culto dell’88% della popolazione. «La maggior parte dei cristiani gode della più completa libertà. Il 95% dei fedeli può assistere alle funzioni religiose senza alcun ostacolo e le conversioni al cristianesimo sono possibili, perfino quelle dall’Islam», ha dichiarato ancora padre Magnis-Suseno.
Intanto però in Indonesia il clima resta molto teso e negli ultimi giorni diversi pacchi bomba sono stati recapitati ad esponenti del Governo, attivisti e leader musulmani moderati. Secondo la polizia dietro gli attentati, compiuti con ordigni piazzati nei libri e spediti via posta alle vittime, vi sarebbe la mano dei gruppi estremisti che mirano alla nascita di una nazione guidata dalla sharia. «Nonostante tutte le violenze – racconta ad ACS Shirley Hadisandjaja – la Chiesa Cattolica incoraggia i fedeli a professare l’amore e la misericordia verso il prossimo, continuando a battersi in tribunale per i propri diritti».
In questa ottica di salvaguardia della presenza della Chiesa, si collocano i numerosi progetti ACS nel Paese. A titolo di esempio, può essere ricordato quello realizzato nella parte indonesiana del Borneo, precisamente nella diocesi di Sintang, dove circa un terzo della popolazione si professa cattolica. La parrocchia di Pandan conta poco più di 3.500 fedeli che appartengono all’etnia Dayak, tipica del Borneo, e ben 11 stazioni misionarie, considerato che la comunità è dispersa in varie zone. Per quella – circa 500 persone – del villaggio di Kenyabur, ACS ha provveduto a sostenere la costruzione di una cappella, per le circa 90 famiglie erano costrette a riunirsi per la Santa Messa in uno spazio di appena 40 metri quadrati.
“Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), Opera di diritto pontificio, si contraddistingue come l’unica organizzazione che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2010 ha raccolto oltre 62milioni di dollari nei 17 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato oltre 4mila progetti in 140 nazioni.
Info:
ACS – Aiuto alla Chiesa che Soffre
