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venerdì, 9 Ottobre, 2026

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C’è ancora speranza per una corretta informazione

Ci sono momenti e situazioni in cui lo smarrimento sembra sempre più vicino. Due anni di pandemia e due mesi di guerra in Europa hanno contribuito a fomentare quel processo di bulimia informativa e di rincorsa alla notizia, iniziato con la diffusione e l'utilizzo dei social network, che rischia sempre più di danneggiare in maniera definitiva l'immagine del giornalismo che ha come obiettivo primario quello di fare buona informazione e ricerca. Questo il tema di un articolo realizzato da Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani, apparso sul Sole 24 Ore il 10 aprile scorso. I due, co-autori del manuale Diritto dell'informazione e dei media e co-fondatori della Rivista di diritto dei media, realizzano una profonda e pungente analisi del panorama giornalistico e televisivo attualmente presente in Italia, di cui si riporta di seguito un estratto. 

"Per la Rai, poi, questi obblighi sono ancor più stringenti. Proprio perché finanziata con i danari di pubblico, ha per legge l'obbligo di garantire il pluralismo e il contradditorio mediante la completezza e l'imparzialità dell'informazione. Chi lavora per la Rai ha il compito (e il dovere) di dare voce a tutte le posizioni, creando quindi un bouquet il più possibile variegato nel dibattito. 

Ma cosa deve intendersi per pluralismo? Significa, certo, dare spazio a idee diverse, che però abbiano il comune denominatore di arricchire il dibattito. Dunque, senza dubbio non vivacizza il free market of ideas chi afferma fatti falsi o propugna tesi riconducibili alla pura propaganda. Ancor meno utile si rivelerebbe la parola di chi si dovesse scoprire aver ricuveto finanziamenti da uno degli Stati in conflitto. Anzi, vi è il rischio di offrire un palco a posizioni squalificate, magari straordinariamente minoritarie, col risultato di attribuire loro una dignità che non hanno nè meritano. 

Con ogni probabilità, poi, se l'oggetto della discussione è una vicenda complessa o di notevole tecnicismo, come l'andamento e gli effetti di un conflitto, il confronto potrà svilupparsi in pieno a patto che si svolga tra esperti per lo meno di una materia tra quelle che riguardano il tema dibattuto. Opinioni di altri, autorevoli altrove ma poco pratici degli argomenti di cui si tratta, ostacolano la discussione perché di solito non centrano i punti nodali, sviando il discorso. 

Vi è un altro fattore: per azzardare un ragionamento, anche embrionale, c'è bisogno di tempo, sicché di rado trasmissioni che accavallano un gran numero di ospiti, chiamati a dire qualche battuta di pochi secondi, spesso scontata e prevedibile, "partoriscono" qualcosa di più che uno slogan o un battibecco. 

Intendiamoci: nessuno pretende di imporre ai conduttori televisivi come organizzare i loro programmi. Stupisce, però, che di fronte alle critiche, che cominciano a farsi numerose ed espresse da più parti, la risposta sia un richiamo generico al valore del pluralismo, evocato come feticcio in grado di elevare la qualità del servizio, chiunque siano gli invitati. La maggior parte dei salotti televisivi, arredati da sedute più o meno comode, ha almeno una delle caratteristiche appena enumerate, che fanno dubitare di assistere a buon giornalismo. Con qualche eccezione, questi tipi di trasmissioni cercano soprattutto opinioni estreme e scioccanti, offrendo un parterre tanto numeroso quanto bizzarro. Il risultato ha poco a che vedere con il dibattito, pochissimo con il giornalismo e molto con l'intrattenimento se non addirittura con quelle risse collettive a cui si assiste al contempo attoniti e incuriositi. 

Sorge così il sospsetto che non si tratti di un caso, ma di una precisa strategia: vengono create contrapposizioni forti al solo scopo di eccitare gli animi e con ciò attirare pubblico che si accalca, come in una fiera di paese, a vedere quello strano o quello violento. Questo però è spettacolo e non giornalismo, come pretenderebbe di essere considerato. Il giornalismo, infatti, può anche nutrirsi di "scontri" accesi tra opinioni contrapposte, ma non può avere lo scontro come scopo principale, altrimenti cambia natura. 

Si tratta di un fenomeno non nuovo, ma col ritorno della guerra in Europa, ci si sarebbe attesi un po' di autocontrollo e di moderazione. L'argomento è terribile, ma anche sfaccettato e multiforme: c'è bisogno, per raccontarlo, di molte competenze differenti, sicchè un'inversione di tendenza sarebbe stata auspicabile. E invece no: assistiamo sgomenti a immagini agghiaccianti e vorremmo avere se non altro il conforto della ragione, di un giornalismo che aiuta a comprendere e a farsi un'opinione, punto di approdo che ha la sensazione balsamica della consapevolezza". 

Riflessioni come queste ci fanno ben sperare per la difesa di una buona e corretta informazione. 

 

VALERIO D'ANGELI

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