Il ricordo di Paola Severini, Direttore di Angelipress, a 10 anni dalla scomparsa del Mimmo nazionale. “Sembra ieri, perchè sento ancora la sua voce nelle orecchie e rivedo la sua faccia di vecchio bambino, la barba grigia, l'andatura malferma / era già stato colpito dall'ictus / e gli occhi, quegli occhi scuri, guizzanti soddisfazione, occhi che sorridono mentre guardano i “matti” dell'Ospedale di Agrigento che si stringono intorno a lui e lo toccano, lo accarezzano, lo baciano. Non avevo mai visto l'Inferno prima di arrivare con Mimmo, col mio ex marito Antonio Guidi e con Gaetano Benedetto (allora suo assistente, oggi ottimo Direttore del Parco dell'Appia) quella sera in Sicilia, in mezzo a uomini, donne, vecchi, sciancati, persone di età indefinibile, persone, ma che dico persone? Quelli non erano niente, occhi sbarrati e bocche spalancate, sporchi, seminudi, se non nudi del tutto. Dicevo dell'Inferno, ma forse l'Inferno è meno peggio di così. Avevo già visitato tanti manicomi, il primo nel 1973 in una località delle Marche, dove le schizofreniche venivano legate a letto quando avevano le mestruazioni, perchè far lavare mutande e pannolini, allora di stoffa, era uno spreco. Ma non avevo mai visto nulla di simile a quello che vidi e vissi insieme a Mimmo. Oggi tutti lo ricordano per le sue qualità canore: certo, è tutto vero, ma la gioia che Modugno ha dato za coloro che, e sono milioni di persone, hanno cantato e fischiettato le sue canzoni, non vale i 5 minuti di “Volare” cantata di fronte al pubblico degli ultimi della Terra (altro che Covent Garden!), ai quali Modugno aveva restituito la dignità di esseri umani”.Paola Severini
