Di seguito riportiamo un estratto dell’articolo di Carlo Verdelli uscito sul Corriere della Sera dal titolo “Le parole preziose del Colle. Da non dimenticare”.
La gioia di tutti per l’improvvisa e liberatoria scarcerazione di Cecilia Sala. Il plauso di tutti per la fulminea e sapiente regia di Giorgia Meloni, che ha poi affrontato la conferenza stampa, a lungo attesa, con l’indiscutibile vantaggio del capolavoro diplomatico appena portato
a termine. Tra i risultati, certamente non voluti, di queste ore di gloria della premier c’è anche l’aver definitivamente archiviato un appello al Paese che meritava ben altra eco: quello di fine anno del presidente della Repubblica. Passate le feste, svanito l’incanto.
Anzi, l’incanto è durato ancora meno, giusto i quindici minuti in cui il capo dello Stato ha guardato negli occhi dieci milioni di italiani, il 31 dicembre 2024. Poi più niente, a parte generici e pallidi applausi. Eppure il «discorso della speranza» di Sergio Mattarella è stato uno dei più intensi e profetici dei suoi dieci messaggi di auguri alla Nazione. E averne cancellato il senso e i tanti richiami ad aggiustare la rotta di questa Italia, e in generale delle democrazie sotto evidente attacco, è un calcolo politico miope e una deliberata rinuncia a farne tesoro.
Forse non è ancora troppo tardi per recuperare i semi gettati da Mattarella in quel pacato ma denso quarto d’ora. E il seme più prezioso è proprio quello che chiude il ragionamento e merita di dare il titolo all’intero messaggio: la parola «speranza», la più forte e inattesa tra le 1912 da lui pronunciate, la più necessaria in un momento dove prevale il suo contrario, cioè la disillusione, lo scoramento, la rassegnazione. «La speranza siamo noi, il nostro impegno, la nostra libertà, le nostre scelte».
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