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mercoledì, 28 Febbraio, 2024

fondato e diretto da Paola Severini Melograni

Più accoglienza di tutte le “diversità” per affrontare l’emergenza educativa

Su Avvenire di venerdì 9 febbraio, nella pagina dei commenti, Paola Severini Melograni parla di quello che è e dovrebbe essere il compito del Terzo settore e degli operatori della comunicazione sociale e mondo della cultura: dare modelli di buone pratiche e sensibilità. Ve lo riproponiamo qua di seguito:

Siamo operatori della comunicazione e siamo cristiani, e il nostro compito è, insieme al raccontare verità, ispirare speranza. Dopo le ultime terribili vicende, la guerra in Ucraina e il conflitto israelo-palestinese, ci rendiamo conto che rispondere all’emergenza è urgente e necessario (senza usare però le notizie come proiettili, ma dando a quello che raccontiamo peso e concretezza). Fino al pre-Covid l’emergenza di accrescere le relazioni umane e solidali attraverso la comunicazione era circoscritta e identificabile in quattro grandi macroaree: la prima riguardava la realtà di una società anziana (e disabile) che necessitava di risposte, non solo filosofiche, ma pragmatiche e immediate: dovevano consistere in provvidenze, servizi, in azioni in grande numero gestite da parte delle istituzioni. S i trattava poi (è la seconda) di affrontare con le “parole giuste” il cambiamento della società che andava verso l’inclusione e che aveva bisogno di costruire linguaggi diversi dal passato soprattutto per poter cominciare a dialogare, anzi “imparare” a dialogare con questi “nuovi movimenti”, non più politici (quindi con un’elaborazione pregressa) ma che potevano essere definiti quasi spontanei e che si allargavano come le onde create dal gettare un sasso nell’acqua (cerchi concentrici spinti da un’azione non più rintracciabile, il sasso che aveva dato origine all’onda primigenia era andato a finire a fondo). Parlo di tutto quello che oggi viene descritto con la parola diversity e che potremmo in italiano definire come “esigere diritti da parte di ogni minoranza o gruppo ritenuto tale”.

L a terza grande macroarea era rappresentata da quella che potremmo definire “la grande illusione” perché non era stata messa in evidenza l’estrema necessità di dover tutelare i diritti in quanto questi erano dati per acquisiti, credevamo infatti di aver trovato il modo di relazionarci tutti con tutti, grazie alla possibilità di utilizzare un numero infinito di strumenti di comunicazione mediati dal web. L’ultimo punto, il quarto, era che i valori, o per meglio dire gli “usi e costumi” dell’Occidente, sembravano diventati ormai comuni: in Israele come in Giordania, in Ucraina come in Russia. L’arrivo della pandemia comincia piano piano a mettere in discussione questa immagine. Ad iniziare dalla “grande illusione”, quello che riguarda l’inutile (per alcuni) necessità di dover tutelare dei diritti ormai dati per acquisiti e invece, al contrario, i diritti conquistati (piano piano anche loro) cominciano a scemare.

P er parlare dell’Italia, dove la differenza tra gli altri Paesi si fa netta perché grazie all’estetica che permea ogni settore produttivo, c’è stato un “assorbimento” di questi diritti (a partire dal gender fluid nel comparto della moda e, nel dispiegarsi, anche e soprattutto – con i suoi riflessi economici – nel mondo dell’arte), l’aumento del Covid e della conseguente “selezione genetica” causata dalla morte di moltissimi anziani ha creato senza dubbio uno smarrimento collettivo che è andato ad influire sulla psiche della popolazione (non soltanto dei più giovani, ma in particolare proprio di adolescenti e preadolescenti), confondendo una realtà in formazione che non ha potuto esercitare il suo diritto alla protesta e all’esercizio della fisicità (chiusi in casa per due anni), ma questo disastro ha toccato nel profondo anche i loro genitori: i cosiddetti boomers. Q uello che veniva definito “familismo amorale”, e che contraddistingueva l’Italia in negativo, conteneva in sé qualità speciali, era permeato da radici forti che confermavano un procedere senza interruzioni, un avanzare da parte del nostro Paese (anche se con stop and go) e ci aveva dato una connotazione, bene o male, di “solidità familiare”. Non è un caso che siamo da 70 anni la nazione in cui gli abitanti possiedono più case di proprietà e tra quelle al mondo con il maggior risparmio delle famiglie. Questa è stata la concretezza che ha permesso all’Italia di resistere rispetto ad ogni crisi, di esercitare la sua particolarissima elasticità, la sua particolarissima resilienza. In definitiva, lo choc della pandemia ha creato la prima vera frattura del dopoguerra, provocando anche una disaffezione ad abitudini, costumi, modi di vivere, e valori consolidati. U no degli esiti di questa frattura è stato certamente l’atteg-giamento mutato nei confronti dell’impegno lavorativo non più visto come un fine (le nostre nonne e i nostri nonni vivevano certamente per lavorare, i nostri genitori un po’ meno, i boomers ancora meno e i nostri figli assolutamente per niente), ma come mezzo (da interpretare a piacimento, quindi prendere e/o lasciare senza alcun tipo di remora o di assunzione di responsabilità) creando così buchi lavorativi giganteschi nel mercato del lavoro. La perdita di regole certe che si riflettevano su tutta la quotidianità è stata poi ampliata dai media e, soprattutto, dai social, ove tutto è permesso ed è stata raccontata, interpretata e soprattutto sempre giustificata con assoluta leggerezza e improntitudine da chi doveva censurare. Diceva Umberto Eco, e ha confermato Beppe Grillo con il suo movimento politico, che nel web, e ora anche nella vita, uno vale uno e che il pensiero di un ignorante è per cinque minuti (ma a volte anche per molto di più) equivalente a quello di un premio Nobel. I l riflesso di questo atteggiamento di “liberi tutti” si è diffuso nei campi del confronto e della dialettica e la televisione pubblica (che resta la prima e più importante agenzia di formazione e di informazione) non soltanto non ha funzionato come argine a questo disastro comunicativo, ma si è prestata portando la sua offerta all’altare degli ascolti e inchinandosi alle esigenze del mercato pubblicitario e dei trend. La televisione pubblica, che quest’anno celebra il suo settantesimo compleanno e che è stata determinante nella funzione generativa della Repubblica, a partire dall’unificazione linguistica, ha amplificato il peggio: mancanza di pudore, volgarità, arroganza, fino ad arrivare a quella che potremmo dire “violenza in purezza”. Dopo il Covid sono arrivate ben due guerre (“in casa”) insieme all’avvento di una emigrazione dall’Africa senza alcuna tutela e senza alcun filtro. Poiché il mondo è ormai globalizzato abbiamo assistito ad abissi di depravazione promossi e amplificati attraverso i media: il comportamento mostruoso di Hamas che ha creato uno spettacolo di orrore in favore del mondo è stata la plastica rappresentazione di questo abisso.

L’ Italia è certamente un grande Paese, unico nella sua particolarità con la quale presenta al mondo la propria intrinseca bellezza e questa è presente in ogni sua localizzazione: non esiste alcun territorio della nostra magnifica Nazione che non abbia un’espressione forte, importante, evidente di un’estetica che per anni si è trasformata in etica di comportamento. Nel frattempo, la politica che si esprime attraverso certi media sembra provenire da un altro pianeta e non si è resa conto di quello che è successo. È questa forse una delle motivazioni del successo dei populismi e della mancanza di un’area moderata a destra come a sinistra.

N on ci consola pensare che sia accaduto in modo sicuramente minore rispetto alla Germania, che ha dovuto assistere alla rinascita di un partito neonazista, all’Olanda, all’Ungheria e non solo. Di fronte a questa situazione ci chiediamo cosa si può fare. Si può tentare di cambiare le cose, si può tentare un recupero e soprattutto si può ipotizzare di tornare al modello italiano di generoso cambiamento in meglio della realtà? Qualcosa che ci avvicini ai sogni del dopoguerra che è stato così bene raccontato da Paola Cortellesi nel suo ultimo film? Una voglia di speranza e di reazione al brutto che ci circonda e che vuole scacciare il bello, che ignora l’estetica e dimentica l’etica? Io sono convinta che questo tragitto sia possibile e ciò può accadere attraverso un modello di accettazione, di formazione, di integrazione delle diversità: fisiche, mentali, sensoriali, di genere, di spiritualità. Si tratta di un modello che esiste in modo così articolato e complesso solo da noi, i primi, grazie alle “leggi di civiltà”, definizione di Giuliano Vassalli, a realizzare legislazione di inclusione che tutto il mondo ammira. M a come rispondere a questa che è diventata una vera e propria emergenza educativa per non far smarrire le nuove generazioni? È necessario costruire una nuova rete di comunicatori pubblici che possano subito coordinare il lavoro sociale e pedagogico. Una pedagogia della comunicazione che individui punti di riferimento e li ponga a modello. Che riconosca in primo luogo l’esistenza e la necessità delle regole. Una squadra formata da coloro che hanno dimostrato, ognuno nel proprio settore, che si può cambiare la vita alle persone attraverso azioni mirate e immediate. La parte migliore del Terzo settore, del mondo dell’arte e della cultura, i protagonisti “incorrotti” (e ce ne sono, certo che ce ne sono) dei grandi media, evitando di usare gli influencer per cause sacre (vedi la Shoah) e soprattutto cercando di fare a meno di queste pericolosissime figure.

N oi, con la squadra di O anche no (nella tv pubblica), altri con la costruzione di reti nel mondo della disabilità (ad esempio, il festival In e Aut), con centinaia di nuove realtà associative ispirate dal mondo cristiano, ci stiamo provando, e i risultati si vedono. Rispondere alle emergenze molteplici si può e noi lo raccontiamo con ogni mezzo. Dare modelli di buone pratiche, di dignità e di sensibilità ai dolori della gente, di cautela e di estrema attenzione nell’affrontare i problemi si deve. La comunicazione sociale è quella deputata a fare società e oggi è chiamata a un compito ancora più arduo: ricucire la società. Se siamo uniti, come ha detto il presidente Mattarella, possiamo farcela.

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