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domenica, 11 Ottobre, 2026

fondato e diretto da Paola Severini Melograni

O anche no: l’inclusione raccontata in 350 puntate

di Daniela De Santis 

“O anche no” mostra come le persone con disabilità possano vivere pienamente, trasformando inclusione e buona volontà nella realtà quotidiana

Le persone con disabilità possono essere felici. Possono fare sport, socializzare, lavorare, divertirsi, creare opere d’arte, percorrere un Cammino. Non sono più quelle che devono vivere isolate: hanno un posto nel mondo, anche se può essere più difficile trovarlo. Da qualche tempo le guardiamo con altri occhi, e se questo avviene si deve soprattutto al cambiamento che le trasmissioni come “O anche no” hanno provocato in molti di noi. 

350 puntate di storie che guardano alla disabilità con altri occhi

 “O anche no” racconta storie di inclusione, realizzata, realizzabile o da realizzare. Il nemico numero uno, l’esclusione, viene affrontato in tutte le sue forme, dal bullismo alle barriere burocratiche, dalla violenza contro le donne ai tagli alla spesa sociale. 

Con migliaia di racconti dipanati per 6 anni in 350 puntate, questo eterogeneo gruppo di professionisti – dal celebre vignettista all’esperto di sport ipovedente – rivolta l’informazione. Non raccontande vicende lacrimevoli e nemmeno missioni impossibili,sintetizza Paola Severini Melograni, ideatrice e anima del programma e della squadra. Invece, fa vedere come, da nord a sud, bastino tempo, buona volontà e amore per cambiare le cose. Mostra la strada a chi è scoraggiato ea chi potrebbe, con qualche decisione lungimirante, provocare miglioramenti radicali. 

E’ un’informazione che costruisce inclusione .

Anche nel mondo dei Cammini, input come questi danno ulteriore linfa a progetti di accessibilità , come Francigena For All , in Piemonte, o quelli in corso nella Francigena nel Sud con “Mollare Mai” , in Puglia. Grazie al potere ancora forte del mezzo televisivo, tante persone con disabilità si sono convinte che possono andare sul Cammino di Sigerico. E a rispondere, a chi li vorrebbe confinati in casa: “o anche no”.

In 70 in cima all’Etna, con varie disabilità

In onda dal 2019, il programma è un esempio esso stesso della capacità di reagire e andare avanti. Il budget di una intera stagione è pari a quello di una sola puntata di un talk show e gli orari sono, quasi scientificamente, quelli in cui il pubblico potenziale è fuori casa o dorme. Eppure ha centinaia di migliaia di telespettatori e le ultime puntate hanno superato il 4% di share, persino alle due di notte. 

La dicono lunga anche i numeri delle mail che arrivano in redazione (200 al giorno) o quelli del gruppo facebook, avviato da poco. Quando mi sono iscritta eravamo 1300, dopo una settimana 3000, dopo due settimane 4000… poi non ho più guardato. Quello che invece guardo frequentemente sono le puntate su Raiplay , e consiglio a tutti di farlo perché si imparano un sacco di cose e si riacquista fiducia nell’essere umano.

C’è lo squadrone di Capodarco Campus Concettina Linguaglossa, in Sicilia, ben 70 persone con varie disabilità salite tutte insieme sull’Etna .

C’è il Campus estivo in Toscana per i bambini ipovedenti e le loro famiglie.

C’è il Politecnico di Milano che ha aperto una facoltà in cui convergono medicina e ingegneria con l’obiettivo di risolvere situazioni, e magari eliminare patologie, mettendo insieme le due competenze specifiche.

Giorgio e Carmela, in joelette sulla Francigena

C’è il castello di Monteverde, in Irpinia, l’unico ad essere accessibile da persone ipovedenti e ipoacusiche in maniera totalmente autonoma.

C’è Giorgio, che da quando non può più camminare con i piedi lo fa in joelette; insieme alla moglie Carmela ha percorso tanti Cammini, tra cui la Via Francigena, e con il gruppo di “Con cuore impavido” è tornato sulle strade della sua città natale, Matera, per un cammino inclusivo per la Sla . 

C’è la persona con ipoacusia che fa il musicista.

C’è la cooperativa marchigiana che ha aperto una locanda assumendo 10 persone con disabilità e in un decennio sono diventati 25 e sono felici di lavorare e stare a contatto con la gente.

C’è l’Associazione Italiana Tartufai, che organizza giornate di cerca al tartufo includendo persone con ogni tipo di disabilità .

C’è la Cooperativa in Sardegna, che ha allestito una Casa Vacanze dove le persone con disabilità possono andare in autonomia e gustare il piacere di un bagno in mare grazie a particolari carrozzine galleggianti, regalando qualche settimana di leggerezza anche a chi si occupa di loro.

Le soluzioni “dal basso”

Sarebbe un peccato, non sapere che esiste tutto questo, e se abbiamo questa opportunità lo dobbiamo a chi concepisce televisione e servizio pubblico come strumenti che possono – molto più di altri – contribuire al miglioramento. A una singola realtà si dedicano anche 8-10 minuti, un tempo immenso per un servizio televisivo, sul modello del viaggio lento: camminando piano si conosce molto. 

Andando con le telecamere, tra la gente, “O anche no” mostra qualcosa di fondamentale: c’è un’Italia di realtà territoriali, di associazionismo, di volontariato, che trovano soluzioni mentre le istituzioni sonnecchiano. Un’Italia propositiva e moderna di cui bisogna parlare, perché il cambiamento culturale c’è stato, ma ce n’è ancora molto bisogno. 

Tante lettere segnalano alla redazione maltrattamenti e bullismo: a maggior ragione, osserva Paola, “è necessario continuare, cercare di raggiungere le persone non consapevoli, soprattutto gli adolescenti disorientati”. 

Per questo la squadra di “O anche no” crea sinergie fertili. Tra le tante, l’ultimo in ordine cronologico è il CEE, Calcio Comunità Educante , che lega il mondo dello sport, della disabilità, delle tossicodipendenze e dell’educazione dei ragazzi; in poco tempo ogni squadra di prima lega ha adottato squadre speciali. Anche in questo caso la prospettiva è stata ribaltata: il calcio non è quello degli stipendi milionari e delle fazioni contrappostema quello dei valori sportivi e solidali che fanno giocare insieme.

Una miriade di persone vive ogni giorno la disabilità e riesce a lavorare, socializzare e divertirsi

E’ sempre “O anche no”, nello spin-off dedicato ai Giochi del 2021 , a ricordarci che è stato un signore tedesco fuggito dalla Germania nazista, Ludwig Guttmann, insieme ad Antonio Maglio, ad inventare le Paralimpiadi ea dare nuova vitalità a tante persone cui lo sport era stato precluso. 

Dobbiamo a Paola Severini se, nel 2017, Ezio Bosso partecipò a Sanremo facendoci innamorare della musica “che ci insegna la cosa più importante: ascoltare”. Ogni settimana possiamo vedere che accanto a modelli irraggiungibili, come Bebe Vio o Alex Zanardi, c’è una miriade di persone che ogni giorno vive con la propria disabilità e riesce a lavorare, socializzare e divertirsi . Infatti anche sui Cammini, sempre più spesso, gruppi di persone con e senza disabilità condividono il piacere di camminare, scoprendo che interagire arricchisce tutti.

Proprio per questo sconcerta, e risulta totalmente fuori dal nostro tempo, chi ultimamente ha sostenuto che i bambini disabili non dovrebbero frequentare le stesse classi dei “normodotati”. Un salto indietro di 50 anni.

Italia faro di civiltà nelle politiche sociali

Quasi 50 fa, infatti, furono abolite le scuole differenziali, sottolinea Paola Severini Melograni.

“Grazie a Franca Falcucci, vera cattolica, grande donna democristiana che nessuno ricorda, dal 1977 noi siamo stati un faro di civiltà per il mondo. Abbiamo affermato che la scuola non serve solo per acculturare ma in primo luogo per costruire relazioni , e questo è un diritto di tutti sul quale non si può tornare indietro”.  

Eppure lo stato sociale ha necessità diffusa e destinato a crescere – 6 milioni di persone con disabilità e almeno altrettante impegnate a tempo pieno nella loro assistenza; la popolazione più anziana e longeva del mondo dopo quella giapponese – ma viene trattato, dai massimi livelli istituzionali, con considerazione decrescente. Per non parlare delle risorse. Ignoranza?

Passi avanti per i caregiver!

Probabile. Perché chi conosce da vicino il mondo dell’inclusione ha un’idea completamente diversa sia del nostro futuro che del nostro passato. Paola Severini Melograni probabilmente non farà mai un passo sulla Via Francigena perché lavora in ogni stagione e anche durante le Paralimpiadi. Potrebbe riposare sugli allori, perché il suo programma ha vinto 15 premi e riscuote apprezzamento internazionale. Eppure il suo pensiero va sempre a ciò che si deve ancora fare. Una visione che ci auguriamo contagi la sfera politica:

“Ho un sogno: un Testo unico che garantisce un’esistenza dignitosa ai caregiver familiari. Milioni di persone in Italia”.

Un problema, lo dicono i numeri, al quale non si possono riservare briciole. 

Un Paese generoso

Nella speranza mai doma di un grande mutamento di rotta, “O anche no” continua a raccontare le conquiste quotidiane nel territorio ei grandi progetti realizzati dalla solidarietà in tante parti del mondo :

“Abbiamo realizzato speciali in Kossovo, Senegal, Cisgiordania, Palestina, Stati Uniti, Kurdistan iracheno, raccontando quante cose straordinarie fanno gli italiani, anche grazie alla Chiesa cattolica”.  

Sono cose che bisognerebbe diffondere ancora di più, perché conoscerle ci aiuterebbe a camminare guardando sempre avanti:

“Questo è un Paese che potrebbe continuare a essere un faro dei diritti. Io sono fiera di essere italiano perché è un Paese generoso, ma dobbiamo dare al mondo del sociale la possibilità di vivere”

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