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mercoledì, 7 Ottobre, 2026

fondato e diretto da Paola Severini Melograni

Un piccolo racconto di viaggio

La vita in un sacchetto

Signore si svegli. Signore, signore. Guardi che lo so che sta fingendo.

Sempre la solita storia.

Signore guardi che se continua così sono costretta a chiamare la Polizia.

Ma perché fa cosi, ora rallenta tutto. Non possiamo continuare la marcia. Devo chiamare i colleghi.

Il controllore si allontana scrollando la testa. Io li conosco, fanno apposta per non pagare.

Il ragazzo è magro, molto magro, seduto, curvo su sé stesso, con una canottiera nera e un paio di pantaloncini della tuta un po’ impolverati. Sandali e piedi infreddoliti avvolti nell’aria condizionata di una “business silenzio” di Trenitalia.

I pochi viaggiatori si guardano tra loro, in silenzio, appunto.

Arrivano altri controllori, tutte donne. Carine, giovani, eleganti. Lo chiamano ancora, ma senza successo. Battono sul tavolino per svegliarlo. Suoni forti che scuotono la carrozza e le coscienze.

Arrivano gli addetti alla sicurezza. Chiamano i soccorsi.

Forse si, sta male davvero. E’ passata circa una decina di minuti.

Se c’è a bordo un medico, si rechi cortesemente nella carrozza uno. grazie.

Fa freddo a bordo, l’aria condizionata è molto bassa. Fuori piove, è estate ma ci saranno 15 gradi. Un calo inaspettato delle temperature. Il sud ci attende a 28 gradi con sole spietato sul travertino delle costruzioni e su quelle non finite coi mattoni a vista e i ferri arrugginiti.  Pare essere così lontano, da qui e dal freddo nelle ossa che cala alle nostre spalle. Lui è proprio qui, nel sedile dietro il mio e non si muove. Mentre io sono preoccupata per il mio viaggio, per lui forse sta iniziando l’ultimo.

Due ragazzi, giovani, con lo zainetto: una ragazza pallida e sorridente che avrà 25 anni e un ragazzo che ne avrà qualcuno di più. Viso rotondo, porta una barba per sembrare più vecchio e forse ispirare più fiducia e soggezione. Si avvicinano al gruppetto di ferrovieri in divisa davanti al ragazzo seduto immobile, che respira piano e non risponde a chi lo chiama dal mondo fuori. Lui è perso nel suo mondo dentro.

Siamo due medici, dicono.

Di fronte alla qualifica si spostano tutti e fanno fare a chi, a quel punto, ha più titolo per agire. I ragazzi guardano il loro coetaneo con la fronte un po’ aggrottata, come a pensare a cosa fare. Non è che, solo perché uno è un medico, allora sa sempre subito qual è la cosa migliore. Soppesano i dati che assumono da quel che vedono.

Lo chiamano di nuovo, senza risposta. Infilano i guanti. Stimoli dolorosi, ancora niente. Gli alzano un braccio, prima uno, poi l’altro, poi insieme. Le braccia non cadono, ma planano vicino al corpo lentamente come quelle di un danzatore stanco.

Capelli scuri, occhi che dormono di un sonno profondo, pesante di un peso fatto di chilometri percorsi nel mondo, fatto di fatti, fatto di persone che hanno incrociato il suo sguardo e l’hanno sfinito fino a portarlo qui stamattina.

Siamo fermi a Milano Rogoredo, a dieci minuti da Milano Centrale. Appena partiti la strada di questo pellegrino si è incrociata con quella di tutti i viaggiatori di un treno ad alta velocità. Lui, inerme e impotente, li ha costretti a guardarlo. Finalmente ad accorgersi che anche lui esiste e può fermare un treno intero.

I medici lo adagiano per terra in posizione di sicurezza sul fianco. Il pellegrino continua a dormire, in modo ancora più naturale a vederlo, così, sul fianco.

La sua guancia poggia dove la gente cammina, su quel pavimento sporco al punto che induce tutti noi di prima classe a lavare in lavatrice le scarpe una volta arrivati a destinazione.

Guardatemi tutti mentre dormo, io vi sento anche se non parlo. Sono abituato. È tutta la vita che lo faccio. Vi sopporto e non parlo. La mia faccia guarda i vostri piedi, tanti, tutti davanti ai miei occhi chiusi che non vogliono più vedervi. Ho visto troppo, ho camminato troppo e sono stanco. Portatemi dove volete, fate di me quello che volete. In fondo lo avete sempre fatto. Ma ricordatevi che un piccolo uomo come me, con una misera vita come la mia, può fermare un treno di vite come le vostre.

Infagottatemi pure in un telo cerato giallo, provate pure a farmi respirare, ma io ho già deciso di smettere di scappare e quel che farete sarà utile solo a far ripartire questo treno pieno di gente e bambini verso il mare. Anche l’esercito è arrivato. Lo riconosco dagli scarponi davanti ai miei occhi chiusi. Hanno mimetiche e giubbotti antiproiettili, quanta attenzione per questo piccolo uomo che sono io.

Spostatevi fuori da qui viaggiatori di classe “business silenzio”. Allontanatevi da questa scena che può turbare i vostri ricordi lieti di agosto in vacanza. Abbiate qualcosa di morboso da raccontare agli amici sbirciandomi dai finestrini mentre scendo dal treno dove sono salito senza una destinazione. È finito il nostro incontro durato un’ora. Probabilmente non vi ricorderete di me se non per la noia di una pratica di rimborso ritardo. Me ne vado da solo come sono venuto. Col mio sacchetto di plastica bianco semivuoto. Bianco anonimo senza pubblicità, senza storia, come me.

Dott.ssa Maria Elisa Borrelli

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