Proponiamo di seguito un brano della presentazione del libro di Lebret a cura di Suor Alessandra Smerilli recentemente nominata da Papa Leone Prefetta del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.
Come redazione di Angelipress siamo felici di potervelo offrire
Non è superfluo dire grazie a Michele Dau. Quando ho cominciato a leggere questo libro, ammetto che avevo dei pregiudizi nei confronti dei libri nuovi che vengono pubblicati ogni giorno. Perché? Perché in ufficio ricevo una grande quantità di libri, soprattutto quando era in vita Papa Francesco: io ogni giorno ricevevo una media di 5-6 libri che lui ci mandava sulle tematiche di cui ci occupiamo (economia, ecologia, salute e sicurezza, diritti umani, eccetera). A vedere tanta produzione – vi cito solo un titolo, un libro autopubblicato di una persona il cui titolo era “La mia teoria economica” e così via – la prima domanda di fronte a un nuovo libro, la prima domanda in assoluto, ed è questo che forse mi ha frenato anche a continuare a scrivere (sto scrivendo molto di meno in questo periodo), è: “Ma era proprio necessario che fosse scritto questo libro?”. L’impressione, infatti, è che ci siano più scrittori che lettori in questo momento.
Ecco, di fronte al testo di Michele Dau – e non è captatio benevolentiae, è proprio l’esperienza reale che ho fatto – devo ammettere che questo libro non solo fosse necessario, ma che sia arrivato al momento giusto. Ci regala una comprensione originale o ben articolata di un grande uomo che ha precorso il nostro tempo, ma la cui lettura della realtà e dei tempi non si è ancora esaurita. È arrivato al momento giusto perché siamo abbastanza lontani da alcuni testi magisteriali a cui lui ha contribuito, e questo è importante perché quando scrive il Papa, è il Papa, ed è bene che sia il Papa; ma il fatto che poi, dopo tanti anni, si scopra anche quello che c’era dietro fa comprendere come il pensiero sia andato maturando. Al tempo stesso, siamo alla vigilia di anniversari di importanti testi magisteriali, soprattutto per quanto riguarda le encicliche sociali, che chiedono e invocano elaborazioni all’altezza di quelle che Padre Lebret ci ha regalato. E quindi, grazie.
Vorrei sottolineare, come è stato già fatto anche da Andrea Riccardi (che ringrazio per averci dato un quadro ampio), e vorrei soffermarmi innanzitutto sulla sua visione lucida della realtà. È stato citato prima il tema della crisi demografica, che lui ha anche anticipato, ma mi piace leggere dal testo, perché una presentazione di un libro deve essere un invito alla lettura e deve far venir voglia di leggere. Leggiamo in un commento al Piano Marshall, che lui ha commentato in maniera molto lucida soffermandosi a parlare dell’Europa di quegli anni nel dopoguerra:
“L’Europa non dovrà accentare di non essere se stessa acquisendo la consistenza e le dimensioni che convengono alla sua realtà storica e alle tecniche moderne; ella non deve ad alcun prezzo accettare di lasciarsi asservire. Il blocco europeo può e deve giocare, tra due blocchi ancora rozzi anche se industrialmente sviluppati, un ruolo magistrale e pacificatore. Ella deve essere un campo di battaglia, ma di battaglie dello spirito. Il mondo ha bisogno della sua intelligenza. Un’Europa sbriciolata in piccoli stati gelosamente indipendenti non ha più senso né possibilità di vita. Siamo grati a George Marshall e a Molotov di averla costretta a strutturarsi, anche se in modo incompleto, verso l’unità.”
Sono parole di tanti anni fa, non sono attuali anche per l’oggi? Non ci fanno riflettere a proposito di una Europa che avrebbe potuto essere e invece non è stata? Ma lo citavo per dire quanto fosse lucida la sua visione e il suo interpretare i segni dei tempi.
Io credo che questa derivi dal suo approccio allo sviluppo. Io qui, in questi pochi minuti, vorrei concentrarmi sul tema del suo approccio allo sviluppo che, come è stato già detto, parte dalla conoscenza profonda e dal campo della realtà. Sempre nel libro noi leggiamo che lui, a un certo punto, a pagina 193, a metà degli anni Cinquanta, era stato attirato dall’idea di arrivare a formulare una teoria generale dello sviluppo seguendo modelli elaborati da altri pensatori socio-economici; un’idea che poi lui abbandona perché era del tutto in contraddizione con la visione nuova basata sullo sviluppo dal basso, sull’autosviluppo. Quindi c’è anche l’idea di non avere una teoria generale per leggere lo sviluppo, ma uno sviluppo che deve essere compreso sporcandosi le mani, senza però rimanere intrappolati dalla realtà: sapendo leggere la realtà, ma standoci dentro. Come studioso (anche se non era un accademico), come ricercatore e come cristiano, come pensatore cattolico ci lascia, come abbiamo già visto, una grande eredità che è proprio questa riflessione sullo sviluppo e il suo contributo in senso ampio al magistero, innanzitutto a partire dal tema del bene comune.
Se noi leggiamo quello che scriveva nel 1947 sul bene comune, ovvero che è “l’insieme delle condizioni sociali che permettono tanto ai gruppi quanto a ciascuno dei loro membri di raggiungere la loro perfezione nel modo più completo e naturale”, siamo nel ’47. E poi andiamo a leggere la Gaudium et Spes e leggiamo: “Dall’interdipendenza sempre più stretta e piano piano estesa al mondo intero deriva che il bene comune, cioè l’insieme di quelle condizioni di vita che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e speditamente, oggi sempre più diventa universale”, e così via. E quindi capiamo quanto sia profondo l’apporto.
Il bene comune oggi: non si parla di dottrina sociale senza parlare di bene comune, un concetto che ci aiuta a leggere e a interpretare la realtà. Lui suddivide il bene comune in materiale – “l’insieme comune e coordinato delle infrastrutture, dei servizi collettivi, delle risorse prodotte ed equilibratamente distribuite, delle istituzioni e delle leggi che assicurano alle famiglie e all’insieme del corpo sociale una prosperità collettiva stabile, e così via” (vedete quanto è concreto, perché parte dalla conoscenza dei problemi concreti) – e bene comune spirituale: “il potenziale totale di intelligenza, di scienza, di saggezza e di virtù di un corpo sociale, le sue tradizioni intellettuali, morali, artistiche e pedagogiche”.
“Sempre Dio è il bene comune assoluto e trascendente per tutti gli uomini, loro sorgente e completamento, e il Cristo è il bene comune dell’umanità”. Vi è quindi questa visione unitaria dove non si scinde tra il rapporto con Dio e il rapporto con gli altri. Ma poi mi soffermerò un momento anche su questo.
Andando al tema dello sviluppo, noi conosciamo la formulazione, quella più nota della Populorum Progressio, come sviluppo umano integrale. Il nostro Dicastero, grazie a un’intuizione di Papa Francesco, è stato creato nel 2017 proprio con questo titolo: Dicastero per il Servizio della Promozione per lo Sviluppo Umano Integrale.
E allora lo sviluppo: a un certo punto, nel 1945, in una relazione all’assemblea generale di Économie et Humanisme, lui scrive che bisogna che ciascuno di noi si superi in Dio. Noi siamo come un frutto maturo che si apre e che porta ogni istante qualche cosa di più. Non possiamo vivere in un equilibrio statico, ma soltanto in un equilibrio dinamico; dobbiamo seguire la vita, essere nella dialettica della vita. Quindi lo sviluppo è visto come movimento, un equilibrio che non può essere statico ma deve essere necessariamente dinamico. In un’opera del 1960 scrive che “lo sviluppo deve essere finalizzato non solamente al benessere umano di tutte las fasce sociali, ma per il “più-essere”, per un maggior valore. Il benessere può essere interpretato come una semplice crescita di comfort; il “più-essere”, nozione in partenza astratta, implica la realizzazione ottimale delle potenzialità umane”.
Qualche mese fa, il Papa ha definito lo sviluppo umano integrale come “fioritura umana”, e penso che sia molto in sintonia con questa realizzazione ottimale delle potenzialità umane. Si tratta di far fiorire quello che abbiamo dentro e che ciascuno possa far fiorire tutte le sue potenzialità. Lo sviluppo deve riguardare tutti i paesi, tutti i popoli, tutto il mondo, e deve coinvolgere tutti i settori della vita umana.
“L’ascesa dell’umanità non è così la visione di un mistico, ma è piuttosto il moto storico che corrisponde all’ansia di emancipazione e di riscatto. Lo sviluppo non è solo il superamento della fame, ma crescita umana e sociale più ampia, con gli squilibri, le cadute e le difficoltà della fragile dimensione umana.”
Come sappiamo, la sintesi di tutto questo la troviamo nella Populorum Progressio, dove si dice che deve essere un autentico sviluppo, deve essere integrale, cioè di tutta la persona, di tutto l’essere umano in tutte le sue dimensioni e di tutte le persone.
Alla luce di tutto questo, quindi, a me è piaciuto rileggere, come sottolineava Paola, il lavoro che cerchiamo di fare come Dicastero. Confesso che non conoscevo aspetti della vita di Lebret prima di aver letto il libro, ma ho trovato una perfetta consonanza perché noi abbiamo iniziato il nostro lavoro in Dicastero dicendo: “Non si può partire da astrazioni, da letture generiche della realtà”. Perché quando diciamo che il nostro compito è l’accompagnare le chiese locali nella rimozione degli ostacoli allo sviluppo umano integrale, non possiamo non partire dalla conoscenza della realtà così como ce la presenta chi la vive. Ma, nello stesso tempo, noi diciamo sempre che ascoltando la realtà noi riceviamo un grido di dolore o delle speranze a cui, attraverso la ricerca, dobbiamo riuscire a dare un nome, ma senza staccarci dalla realtà. Quello che noi elaboriamo come accompagnamento delle chiese locali deve a loro ritornare e a loro essere utile. Per quello, gli strumenti che noi prepariamo sono geograficamente connotati e servono per dare una mano concreta, perché non vogliamo rimanere tra le nuvole, sebbene riteniamo importante poter elevare tutto quello che ci viene consegnato in modo da restituirlo in maniera elaborata; altrimenti non serviremmo come Dicastero. Mi sembra molto che questo sia il metodo che Lebret ha utilizzato nel suo lavoro. In qualche modo, la creazione di un Dicastero con questo titolo è stata una felice intuizione nel far tornare alla luce l’impegno che Lebret ha avuto nei temi dello sviluppo.
Quando Paola parlava delle istituzioni, stiamo sperimentando, nel piccolo del nostro lavoro, che ci riteniamo focalizzati. Non siamo noi nella Santa Sede che ci occupiamo dei rapporti bilaterali o multilaterali, ma partecipiamo alla COP sul clima. Qual è la nostra azione? A livello diplomatico si riesce a fare poco e ogni anno si avanza di un passettino che, se andiamo avanti così, non ci sarà bisogno di risolverli perché sarà troppo tardi. Nello stesso tempo, nella COP30 si è avviato per tempo il lavoro delle chiese locali del Brasile. Questa occasione, che forse a livello di Stati non produrrà molto, può diventare, grazie al fatto che la COP si terrà in Brasile, un momento per fare dei passi avanti per il Brasile? E loro, partiti per tempo, sono riusciti a coinvolgere persone, vescovi e cattolici da tante parti del mondo, e questo gruppo si presenterà anche alla prossima COP. In qualche modo, forse, si aprono degli spiragli per un altro tipo di lavoro. Non vuol dire essere soddisfatti, ma la concretezza dello sviluppo ci chiede di capire cosa può essere fatto qui e ora, sapendo poi come le visioni e la lucidità di Lebret debbano essere più ampie e vedere oltre.
Se dovessi pensare a come adesso si sta pensando, dopo la pubblicazione della Laudato si’ e di Fratelli tutti, e a ciò che il Papa sta immaginando quando dal primo momento si interrogò sul tema dell’intelligenza artificiale (è con questo pensiero che proseguo): se si aggiunge al concetto di sviluppo elaborato da Lebret – più che aggiungere, è far comprendere meglio questo “più-essere”, interpretato invece come crescita e benessere – uno sviluppo che ha portato alla distruzione della casa in cui viviamo, Papa Francesco parla di un paradigma tecnocratico che ci fa asservire alla tecnologia. Va riscoperto e contestualizzato quel “più-essere”. Lo sviluppo deve comprendere altre dimensioni.
Dall’antologia finale degli scritti di Lebret emerge la sua visione cristiana. Come cristiani è importante occuparci di questi temi. Sappiamo che soffriamo sempre di una dicotomia, dobbiamo giustificarci come se, rispetto a quelli che si occupano delle cose alte, noi ci occupassimo delle cose terrene. Lui dice:
“Nel momento mesmo in cui è tutto teso verso il divino, è del pari teso verso l’umanità. Il comandamento dell’amore, questo è il comandamento del Cristo che amò i suoi e tutta l’umanità fino a morirne. A causa del comandamento dell’amore, il messaggio cristiano ha un contenuto di civiltà superiore a qualsiasi altro. Non appena un gruppo cristiano lo ha compreso, tale gruppo diventa una comunità fraterna; se i popoli che si richiamano alla civiltà cristiana lo metteranno in pratica, il mondo si raddrizzerà immediatamente.”
