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sabato, 24 Febbraio, 2024

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“Il fuoco che rinasce dalla cenere in Kurdistan” di Chiara Avesani

Le montagne del Kurdistan iracheno formano un confine naturale tra Iraq e Iran. Con la primavera si riempiono di colori: tra le piccole querce e la vegetazione selvaggia, si stagliano i fiorellini azzurri della genziana e il rosso dei papaveri.

Una giovane donna con un kalashnikov smonta la guardia e scende camminando da un sentierino a curve. Per parlare con noi ha voluto coprirsi il volto con un passamontagna improvvisato con un foulard, nel timore che quello che racconta possa causare problemi alla sua famiglia.

«Il mio nuovo nome è Zhilamo, significa ‘fuoco che sorge dalla cenere’», dice. «Ho scelto di cambiare nome perché, quando si decide di cambiare vita, si rinasce con un nome diverso».

ZHILAMO è iraniana ed è nata in un paesino dall’altro lato di queste montagne: un villaggio vicino a quello da cui veniva Mahsa Amini . Dalla notizia della sua morte l’Iran è insorto: la fiamma è scoppiata proprio nel Kurdistan iraniano, la terra di Amini, il luogo dove poteva usare il suo vero nome curdo “Jina”, vietato in Iran per oscurare l’esistenza del suo popolo, i curdi.

Per questo, in quella regione, da anni il movimento politico di opposizione e resistenza contro il regime, si unisce alla lotta per l’emancipazione delle donne. Questa volta, però, lo slogan “Donna, vita, libertà”, nato proprio nel Kurdistan iraniano, è echeggiato anche nella capitale a Teheran e in oltre 40 diverse province del Paese. Una rivoluzione.

«JINA ERA COME ME», spiega Zhilamo. «Una donna curda. Su di lei si è sommata la violenza contro le donne a quella contro il nostro popolo. Quando è morta, siamo scesi tutti in piazza a protestare». Durante le manifestazioni, però, è accaduto qualcosa che ha cambiato per sempre la vita di Zhilamo. «Nel bel mezzo della rivolta, mentre cantavamo slogan per le strade, le forze di sicurezza si sono infiltrate tra noi e ci hanno attaccato: molte persone sono scappate e sono rimasti solo pochi giovani. C’era una ragazza che parlava molto e faceva rumore. Aveva diciassette anni». Zhilamo si ferma, abbassa gli occhi, poi controlla l’emozione e riprende: «L’hanno aggredita, l’hanno arrestata in un modo molto crudele. Hanno formato un cerchio di uomini armati intorno a lei e l’hanno stuprata, davanti a tutti».

ABBASSA di nuovo lo sguardo. «È doloroso, specialmente per una ragazza, vederlo con i propri occhi. Ero terribilmente sconvolta. Non ce l’ho fatta più a restare, ho deciso di oltrepassare le montagne e unirmi al movimento di opposizione iraniano in Iraq. Ho sentito che, come donna curda, dovevo vendicarmi di Jina e di altre come lei».

Lo scorso autunno un rapporto investigativo della Cnn segnalava come le forze di sicurezza iraniane usino lo stupro per reprimere le proteste, a volte filmando la violenza per ricattare e costringere al silenzio chi manifesta.

C’è un momento specifico che segna le vite di tutti gli attivisti che abbiamo incontrato. Un singolo evento dopo il quale la loro vita è cambiata per sempre e sono stati costretti prima a fuggire dall’Iran e poi a continuare a scappare perché il regime li segue ovunque, anche oltre il confine. Da quel momento saranno sempre perseguitati.

«Dopo aver partecipato alle manifestazioni in varie città, un giorno ho ricevuto una telefonata anonima», racconta Mamo giovane iraniano. La voce ha detto: ’Mi chiamo Qurbani e tra 10 minuti devi trovarti all’indirizzo che ti dò’. Era la via della sede locale dell’intelligence. Ho capito che dovevo scappare».

Mamo giocava nella nazionale di muay thai iraniana, ma il governo ha deciso di ritiragli il passaporto a causa di un tatuaggio con la scritta Kurdistan. Oggi si nasconde in Iraq.

«NON SIAMO al sicuro qui», continua Mamo. «Anche qui c’è la possibilità che ci arrestino e deportino in Iran, per questo dobbiamo provare ogni strada per scappare in un altro paese e raggiungere un posto sicuro dove non possano venirci a prendere. Il regime spia e segue gli attivisti che hanno partecipato alle proteste anche all’estero, se non è riuscito ad arrestarli in Iran. Il mio account Instagram è stato hackerato da 3 diversi utenti. Avevo detto a tutti i miei amici che stavo scappando in Turchia e da lì sarei andato in Europa. Un giorno un agente delle Guardie della Rivoluzione Islamica, mi ha chiamato dall’Iran e mi ha chiesto: ‘Mio caro perché ti nascondi in Iraq? È bello lì?’ Ero scioccato e ho detto che non ero in Iraq, ma in Turchia. So che mi seguono».

Non è solo una sensazione. Il 19 marzo 2023 il regime iraniano ha firmato a Baghdad un accordo con il governo iracheno: l’Iraq si impegna a non ospitare formazioni di partiti dissidenti curdi nei propri confini che Teheran considera gruppi terroristi. Per chi scappa dal regime iraniano, l’Iraq non è un posto sicuro.

I perseguitati

Il reportage di Chiara Avesani e Matteo Delbò andato in onda lunedì 18 settembre, alle 23.15, su Rai3 all’interno del programma «Il Fattore Umano» di Raffaella Pusceddu e Luigi Montebello.


Fonte: https://ilmanifesto.it/il-fuoco-che-rinasce-dalla-cenere-in-kurdistan

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