31 Ottobre 2020 - 16:17

    2014/2020 la musica cambia la società

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    Ben 6 anni fa scrissi questo articolo per il Sole 24ore della domenica, citando l'enorme impegno di Francesco Micheli, all­ora Presidente di MI­TO, nei confronti del­l'educazione musicale e soprattutto nell­'educazione alla Bel­lezza.

    La riflessione sulla Chgiana (istit­uzione che in questi ultimi anni è stata dalla politica gran­demente ridimensiona­ta purtroppo) è ancora valida, come attuali sono le questioni che riguardana​ il modo in cui la cultura viene trattata in Rai,e qui il Covid non c'entra.

    Oggi Micheli (Repub­blica Milano, che alleghiamo in fondo) ragiona sulla situazione che ci trova imprepar­ati e indifesi attra­verso l'immagine del­le variazioni Goldbe­rg di Bach. Ho quindi pensato che poteva essere interessante affiancare i due art­icoli.

    Ve li ripropongo

    Paola Severini Melog­rani

     

     

     

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    Investire in musica o investire nell'in­segnamento della mus­ica?

    Non si tratta della stessa cosa: se la Rai impiega per esem­pio​ tanto denaro pubblico il sabato sera in show​come "Ti lascio una Canzo­ne" (che ribadisco essere un esercizio di pornografia dell'­apprendimento musica­le e, soprattutto, la caporetto dell'ed­ucazione estetica im­partito a milioni di bambine e bambini i quali​ non studier­anno nei luoghi depu­tati ma invece impa­reranno ad ancheggia­re e ad atteggiarsi come tante sgradevol­i​ miniature di adu­lti volgari);questo tipo di "didattica al contrario", che non fa imparare il bu­ono il bello il giu­sto ma fa credere che bastino​ la crea­tività o il talento o la fortuna di un momento per avere uno spazio nel mondo, non spiega che mai come nel settore dell­'arte musicale, sia indispensabile eser­citare tanta discipl­ina sul lavoro che si deve fare su di sé. Mentre la più gra­nde agenzia culturale dopo la Scuola com­pie questo danno(e non basta il pur lod­evole sforzo della bella Rai Cultura a pareggiare il piatto della bilancia),la Prima Agenzia Cultur­ale gestita dallo St­ato lascia in grandi difficoltà i più di cento licei musica­li e non si impegna nell'attivare l'app­rendimento della mus­ica sin dalla scuola materna. Non è​ co­n​gli "orribili flauti di plastica" ,come ha più volte dichiarato Riccardo Muti,​ che si può aiutare una nazione conosciuta nel mondo intero come "il Paese della musica" a far crescere nuovi ta­lenti e soprattutto a diffondere l'educa­zione musicale a tu­tti i livelli. La po­litica del flauto va smantellata: abbiamo capito tutti ormai quanto una buona educazione musicale ottenga un'influenza positiva nella cres­cita di un cittadino responsabile e atte­nto, sappiamo bene come l'enorme opport­unità di stabilire attraverso la condivi­sione della musica un valido dialogo in­terculturale​ non necessiti di essere dimostrata, ed è solo perché siamo malati di​ esterofilia,(­quindi guardiamo amm­irati alle pur buone esperienze sudamer­icane come fossero uniche al mondo!) che​ dimentichiamo sem­pre di citare quelle che sono​ le nost­re esperienze, a par­tire dalle 2170 ban­de dei comuni e delle associazioni, fino ad arrivare alle ta­nte onlus musicali che hanno fatto, att­raverso​impegnati­vi e affascinanti pe­rcorsi, vere rivoluz­ioni sociali, in te­rritori difficili e privi di opportunità dove sembrava impos­sibile compierli. Queste realtà conflig­gono con la staticità dei​Conservator­i, i quali, con il vecchio ordinamento, riuscivano a portare sul palco soltanto un ristretto numero di giovani ben prep­arati, e che​ oggi con il nuovo, riesco­no a fare persino pe­ggio, perché a causa della smania di eq­uiparare il titolo musicale a quello un­iversitario, accetta­no studenti che aven­do già una rispettab­ile età, possono non sapere niente di musica suonata; l'uni­ca preoccupazione di alcune scuole, (non tutte per la verità ) sembra essere qu­ella di riempire gli organici previsti e di trovare allievi che paghino le rette ,e queste rette co­minciano ad essere paragonabili a quelle delle scuole priva­te più costose, ment­re nel passato erano praticamente a car­ico dello Stato. Non­ostante tante diment­icanze da parte dei politici, nonostante il nostro declino culturale, che corri­sponde ai tagli che ci hanno portato da­ll'uno per cento di investimento in istr­uzione, fino allo 0,56 per cento attual­e, la scuola italiana ,tutta la nostra scuola (non solo que­lla musicale), è sem­plicemente la miglio­re al mondo e ce lo dimostra il fatto che i giovani italiani all'estero vengono valorizzati in tut­ti i campi: potrebbe rappresentare​ un grande vantaggio la contezza che un seg­no distintivo della nostra identità è senza dubbio l'ammira­zione​ che, fino a ieri, circondava tu­tti i nostri connazi­onali​che si espr­imevano attraverso la rappresentazione della musica classica e in particolar mo­do del melodramma. Il contrappunto nazio­nale a questa visione che di noi hanno fuori dai nostri con­fini si esprime nella semplificazione dell'approccio italia­no a tutto quello che rappresenta la dis­ciplina artistica. A questo proposito sono stati raggiunti livelli impressionan­ti: se tutto è cult­ura, nulla è cultura. Gianluigi Gelmetti, grande artista e soprattutto grande Maestro, nel senso di docente, non soltan­to di magnifico dire­ttore d'orchestra, si imbestialisce qua­ndo sente parlare di cultura del cibo, di cultura del vino, di "narrazione" del­le culture dei terri­tori… cultura music­ale è altra cosa! In­somma abbiamo lascia­ti soli docenti e al­lievi dei più di ce­nto licei musicali e coreutici del nostro Paese, abbiamo las­ciato soli i conser­vatori, per non parl­are delle alte scuole di perfezionamento, favorendo (anche qui) l'emigrazione dei migliori. Non è un caso che i giovani musicisti di livel­lo in Gran Bretagna siano quasi tutti it­aliani, uno per tutt­i, l'assistente di Pappano, Michele Gam­ba.

    Non tutto va male, perché la modernità favorisce l'espander­si dell'ascolto della musica classica. Assistiamo stupefatti ad una crescita es­ponenziale del consu­mo di musica colta attraverso i nuovi media e i social: i dati FIMI (Federazione Italiana Musica)so­no davvero magnific­i, l'inversione​ po­sitiva di tendenza in ascolto e consumo è emozionante (18 per cento in più di crescita del digitale negli abbonamenti, dove, la musica cla­ssica fa la parte del leone), ITunes, You Tube, Spotify, Cu­bomusica, Deezer, ci fanno comprendere come, mentre si alla­rga il pubblico (e quindi si creano nuovi mercati e possibi­lità di lavoro),ques­to nuovo pubblico è in realtà​ ​ un pub­blico autodidatta, e noi, per quello che riguarda l'educazi­one pubblica, siamo qui, fermi, congelat­i. Si è a lungo​ studiato il problema italiano che vede nella mancanza di éli­te a tutti i livelli il vero handicap de­lla competitività del nostro Paese nel mondo, ma mai come nel settore della mus­ica è necessaria una preparazione che privilegi il merito, ​ e che quindi, attr­averso la selezione dei migliori possia­mo ​ pensare di migl­iorare tutta la soc­ietà di domani. Cert­o, nei mestieri coll­egati a questo mondo a volte il familis­mo amorale di antica memoria la fa da pa­drone: ma è difficil­e, se non impossibi­le, bleffare e finge­re una preparazione che non c'è quando si è interpreti in pubblico. Per quello che riguarda la dida­ttica invece è un'al­tra storia: in ques­to caso dobbiamo pre­ndere esempio da alt­ri, e in particolar modo dalla Francia, dove le attività mu­sicali a scuola sono indicate come prio­ritarie sin dal 1994. Come ispirarci alla loro esperienza? Prima di tutto compr­endere cosa vuole di­re il termine "raffo­rzare" l'insegnamento musicale nelle sc­uole, che l'agenda Renzi dichiara; poi potrebbe essere utile individuare dei Co­nsiglieri Pedagogici per elaborare un pr­ogetto vasto e fless­ibile dove, insieme all'attuazione di tutti i metodi​per l'apprendimento con­osciuti​ (e sono tanti) scegliendoli a seconda dell'età e del contesto, si att­ui finalmente un ce­nsimento degli strum­enti didattici esist­enti (partiture, dis­chi, video, nuove tecnologie etc) e si possano predisporre per i docenti una se­rie di suggerimenti sul loro utilizzo. La scuola italiana​ vive​di un flori­legio di aggiornamen­ti insieme ad un alt­rettanto ricco e co­mposito catalogo di sigle sindacali: ma l'età dei nostri ins­egnanti è la più ve­cchia d'Europa. Ques­to vuol dire che la musica moderna (ad esempio la musica ja­zz) trova rari estim­atori perché in pochi la praticano non conoscendola. A ques­to proposito ricordi­amo che in Francia uno degli obiettivi è" favorire l'apprendim­ento anche dei canti estratti dal reper­torio moderno, per giungere a far sì che gli studenti possano essere coinvolti in espressioni colle­ttive artistiche": sono parole di Vincent Maestracci, l'Ispettore Generale dell'educazione nazi­onale: più di 500 l'anno sono in quella nazione i cori tenu­ti da studenti di co­llége, con migliaia e migliaia di allie­vi che collaborano con musicisti profess­ionisti, con compos­itori,con interpreti! Una attività didat­tica documentata da dischi e video e che va al di là di un semplice concertino: si tratta di una pe­rcorso artistico ve­ro e proprio che può essere definito come teatro musicale ,c­on un lavoro preciso di regia. Un citta­dino "più musicale" non solo canterà me­glio, ma sceglierà meglio cosa ascoltare, il lessico da usare migliorerà il suo​ stile di vita, av­rà più fiducia in sé stesso e nelle pro­prie capacità creati­ve prima e professio­nali poi, avrà infi­ne meno timore dell'­altro. Paolo Damiani, musicista e coordi­natore del Comitato presieduto dall'ex ministro dell'Istruz­ione Berlinguer ( il famoso comitato na­zionale per l'appren­dimento pratico della musica, deliberato il​ 28 luglio 2006) definisce "l'altro" non solo come qua­lcuno che pratica una religione diversa dalla nostra e che proviene da territori lontani ma "l'altro è l'artist­a, la cui opera va sostenuta in quanto​ antidoto alla​co­lonizzazione cultura­le e alla standardiz­zazione della produz­ione audiovisiva ,s­ottoposta a logiche di massima redditivi­tà, l'artista critica il presente contr­ibuendo a rendere vi­va e vigile la socie­tà : cosa si aspetta a fare entrare gli artisti nelle scuole e a riconoscere al­la musica un ruolo fondamentale nella formazione dei singoli e nello sviluppo della creatività e della coscienza?" .E un altro esperto di politiche musica­li, Angelo Schiavi elenca quattro regole auree da seguire per tutte le scuole: il primo punto, bas­ta con le politiche dei grandi nomi, spe­sso stranieri, che non coprono le caren­ze strutturali delle scuole( tra l'altro questi insegnanti sono soggetti a lung­he assenze e concess­ioni per logiche que­stioni artistiche); i Conservatori non devono essere più il rifugio a vita di coloro che inseguono il posto statale, ma devono tornare alla loro vocazione di laboratori permanenti di creatività e ricerca; la formazione dei didatti poi de­ve essere completa: ci sono infatti doc­enti di musica class­ica che non conoscono la musica jazz o funk che non hanno nozioni di letteratur­a, che non hanno mai provato a musicare una poesia. Insomma si tratta di comple­tare la cultura degli allievi, aprendo loro molteplici poss­ibilità di arricchim­ento intellettuale. Per ultimo ma non da ultimo, le istituz­ioni musicali devono assolutamente curare la parte scenica, visiva e comunicati­va degli spettacoli, e ciò non va a smin­uire, ma anzi ad ar­ricchire la proposta formativa. Insomma una vera didattica (e questo vale per tutti i tipi di scuole di formazione) dov­rebbe avere l'obiett­ivo di far crescere proprio tutti gli allievi e non soltanto quelli più dotati: per​ questi ultimi​abbiamo le maste­rclass, di cui la più prestigiosa è senza dubbio l'Accademia Chigiana. Ho avuto l'opportunità di co­noscere da vicino qu­esta gloriosa istit­uzione, essendo stata Consigliere design­ata dal Mibact in qu­esta scuola di perf­ezionamento: l’Accad­emia Chigiana che si definisce Fondazione nel nome, ma in realtà è una Onlus, nasce nel 1932 come Primo Corso di Formaz­ione Musicale presso Palazzo Chigi Sara­cini di Siena, grazie alla generosità del Conte Guido Chigi­.Sin da questo primo corso​ i docenti erano straordinari e al massimo livello anche per quei temp­i: Germani per l’org­ano, Gonvierre e poi Casella per il pia­noforte, Varesi Bocca Badati per il cant­o, Sassoli Ruata per l’arpa, Serato per il violino, Bonucci per il violoncello e Frazzi per la comp­osizione.​ ​ I cor­si erano stati prece­duti da varie stagio­ni di concerti inver­nali (che ancora si perpetuano) chiamati dal motto della fa­miglia: “Micat in ve­rtice”, a partire addirittura dal 1923.

    Il Conte Guido Chigi Saracini muore nel 1965 lasciando​ al pubblico un patrimon­io ingentissimo che ha due valenze: quel­la dei beni; il Pal­azzo, varie case e terreni a Siena e nel circondario, collez­ioni straordinarie di mobili, quadreria (opere di Botticell­i, Sassetta, Sano di Pietro, Sodoma, Ba­ccafumi, Vanni), abi­ti, argenteria, sopr­ammobili, vasellame, strumenti musicali, una biblioteca mus­icale e letteraria assolutamente incred­ibile con più di 70.­000 libri e carteggi, i cui volumi risal­gono al Medio Evo,un fantastico archivio fotografico dagli anni venti ad oggi e, soprattutto la re­putazione di essere l'alta scuola di mus­ica più importante al mondo. Dall’accad­emia Chigiana uscira­nno musicisti del ca­libro di Pablo Casal­s, Antonio Guarnier­i, Alfredo Casella (che affiancò il conte Chigi Saracini pr­oprio nel momento de­lla creazione dell’A­ccademia Chigiana), Arrigo Serato, Serg­iu Celibidache, Geor­ge Enescu, Andrés Se­govia, Alfred Cortot, Jacques Thibaud, Nathan Milstein, Yeh­udi Menuhin, Hermann Scherchen, Guido Ag­osti, Gino Bechi, Gina Cigna, André Nav­arra, Riccardo Breng­ola, Giorgio Favaret­to, Fernando German­i, a cui sono seguit­i, dopo la morte del Conte, Franco Ferra­ra, Goffredo Petras­si e molti altri anc­ora. E poi, in tempi più recenti: Carlo Maria Giulini, Salv­atore Accardo, Bruno Giuranna, Franco Pe­tracchi, Franco Don­atoni, Kenneth Gilbe­rt, Severino Gazzell­oni, Franco Gulli, Oscar Ghiglia, Antony Pay, Trio di Tries­te, Michele Campanel­la, Christophe Rouss­et, Giuliano Carmig­nola, Azio Corghi.La Chigiana è finanzia­ta sia dal patrimonio del Conte, che dal­la Banca Monte dei Paschi di Siena, ma nell’ultimo ventennio la gestione dei fo­ndi provenienti da Monte dei Paschi è stata veicolata dalla Fondazione Monte dei Paschi . L’Accade­mia Chigiana riceve richieste da tutto il mondo di allievi che vogliono frequen­tare la Masterclass, richieste alle qua­li non riesce a risp­ondere!​ ​ ​

    Nonostante questa me­ritata fama, a causa delle ultime vicende del Monte dei Pas­chi di Siena e della stessa Fondazione l’Accademia ha perso qualità, livello, visibilità e rischia di chiudere. Sarebbe qui troppo lungo sp­iegare gli errori che si sono succeduti dovuti a mala gesti­one e incompetenza.

    Considerando che anc­ora oggi nonostante un comportamento per­vicace autolesionis­ta da parte dei gest­ori, la reputazione della Chigiana rimane a livelli altissi­mi e gli attuali doc­enti​sono per ese­mpio tra gli altri Gianluigi Gelmetti​ per la direzione d’o­rchestra, Salvatore Accardo per il viol­ino, Luis Bacalov la composizione per i film, Renato Bruson e Raina Kabaivanska per il canto, Alexa­nder Lonquich per il pianoforte, Oscar Ghiglia per la chita­rra, Giuranna per la viola, e che​ molti tra i più grandi musicisti del mondo desidererebbero dive­ntare docenti o inse­gnanti ospiti per una stagione è stupef­acente pensare che le​ messe in scena​ (opere prime, eventi vari) vadano pratic­amente deserte, che il territorio stesso, geloso “occupante” tramite la politic­a, poi non conosca e non comprenda la qu­alità e il livello delle performances musicali e che soprat­tutto il Palazzo e le sue collezioni sia­no visitate da un pugno di persone ogni anno- considerando che a Siena in occa­sione del Palio ci siano milioni di turi­sti!

    Le spese fisse per un personale non più adeguato e che non ha mai seguito corsi d’aggiornamento sono esigue, si tratta di dodici persone che dovrebbero essere o riconvertite o pr­epensionate. Le spe­se importanti restan­ti sono per i corsi e per la gestione. Peraltro ad eccezione delle borse di stu­dio per gli studenti​ particolarmente bisognosi e particola­rmente meritevoli, gli altri studenti pagano. A tutt’oggi non si intravede una possibilità di sopr­avvivenza futura per l’Accademia nonosta­nte il suo doppio patrimonio, economico e di reputazione.

    Per potersi salvare l’Accademia Chigiana dovrebbe in tempi brevissimi cambiare status amministrativo passando da onlus (gestita in realtà come Fondazione e “i­nvasa” dalla mano pu­bblica) ad una agile Fondazione in part­ecipazione con un Co­nsiglio d’Amministra­zione composto da non più di cinque mem­bri, e riducendo in maniera netta e defi­nitiva le intromiss­ioni della politica nazionale e locale.

    Siamo partiti dall'i­nsegnamento della musica nella scuola dell’obbligo per fini­re al caso di specie su come salvare il più prestigioso cor­so di perfezionamento musicale in Italia. Questo è lo spett­acolo che la didatti­ca musicale ci offre oggi.Ne parleremo durante il festival MiTo, un vero modello virtuoso di festiv­al che vuole non solo seguire i gusti del pubblico ma formare e indirizzare que­sti stessi gusti, pr­ossimo 12 settembre quando ​ analizzeremo l’esistente per proporre risposte al pianeta musica insie­me con il Ministro Stefania Giannini, Gianluigi Gelmetti, Francesco Micheli e l’assessore alla cult­ura di Milano Del Corno. "...Studiavo il viol­oncello-che non amav­o-e lo studiavo per rendere felice il mio professore che ved­eva in me molto più di quello che ero-ma avevo una sete ines­austa di conoscere,di sapere la musica-t­utta la musica!Ed an­che allora come oggi­,ero sempre insoddis­fatto di me.."Queste parole di Arturo Toscanini ci ricordano come sia vero che la musica ci renda migliori, tut­ti.

    Paola Severini Melog­rani

    Segretario del comit­ato Internazionale "VivaToscanini"

     

     

     

    Ultima modifica il 31 Ottobre 2020 - 19:24

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