Interris.com ieri, in occasione dell'anniversario di morte del Servo di Dio, don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII ha svolto un'intervista a Giovanni Paolo Ramonda, il responsabile generale dell' Apg23.
Ramonda comincia, parlandoci dell'eredità da lui lasciatoci:
“Ci ha lasciato una comunità di vita, inserita nella storia, nel mondo. Una comunità che dà una famiglia a chi non ce l’ha, che offre opportunità di riscatto, che sfama e permette a tanti bambini di andare a scuola. Oltre a ciò, ci ha lasciato in eredità anche i suoi scritti dove possiamo leggere il suo pensiero, in particolar modo questo accade nel ‘Pane Quotidiano’. Chi ha conosciuto don Oreste lo ritrova lì. Il suo cuore, la sua essenza, è racchiusa in quei commenti alle letture e al Vangelo del giorno. Inoltre sappiamo che nella fede lui è vivo”.
Continua, aggiornandoci sul processo di beatificazione in corso, delle parole da lui dette in passato:
Don Oreste diceva: “Quando mi dicono che io sono il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, io rispondo che ho paura di essere l’affondatore“. E aggiungeva che i veri fondatori dell’Apg23 sono “i poveri che gridano verso il Signore”. Cosa voleva dire?
“Lui ha fatto in pieno la sua parte, avendo il coraggio di compiere anche scelte profetiche, controcorrente. Aveva la coscienza di chi è figlio di Dio che sa di essere creatura e ripeteva spesso che a guidare la comunità era lo Spirito Santo e i proprietari non siamo noi, ma i poveri. Questa era la sua grande rivoluzione”.
Si ragiona sulle cause che portava avanti per contrastare lo sfruttamento illegale della prostituzione, la tossicodipendenza e l'emarginazione dei disabili. Infine, Giovanni Paolo Ramonda ci spiega il peso del ruolo che ricopre attualmente.
Lei, dopo la morte di don Oreste Benzi, è stato eletto nuovo responsabile generale dell’Apg23. Ha sentito il peso di questo ruolo?
“Certamente. Don Oreste era un cavallo di razza, io no. Dalla sua morte l’Apg23 ha raddoppiato la sua presenza nel mondo: siamo presenti in 45 Paesi. Io, prendendo lui come esempio, ho capito che dovevo fare la mia parte, con umiltà, responsabilità, consapevolezza dei miei limiti, ma anche con tanta fiducia che il Signore non ci avrebbe mai abbandonato”.
