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Omelia alla S. Messa nella Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace – Basilica di Santa Maria in Ara Coeli, Roma 12 novembre 2013

«Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza». Le parole di San Paolo nella seconda Lettura (1Ts 4,13-18) di questa domenica sembrano veramente accoglierci nella nostra Eucaristia. Sembrano accogliere ciascuno di voi, carissimi familiari dei caduti nelle Missioni Internazionali di supporto alla Pace.

Parole che si riassumono in una sola: «speranza». E con questa parola anch’io voglio accogliervi!

Negli anni, l’appuntamento del 12 novembre ha acquistato valore sempre più profondo, familiare, sostenuto e partecipato da tanti rappresentanti delle Istituzioni, che ringrazio di cuore, espressione di una vicinanza che caratterizza le Forze Armate: vicinanza alle persone e alle famiglie.

La nostra Celebrazione che ricorda tutti i caduti delle Missioni internazionali, cade nell’anniversario della strage di Nassirya, di cui quest’anno ricorrono i 20 anni. Ricordando le 19 vittime del 2003, rendiamo omaggio a tutte le vittime che hanno suggellato con il dono della vita, o con gravi ferite e menomazioni, il cammino della pace. E l’Eucaristia di oggi è segnata da una speciale preghiera per la pace, perché si colloca in un’ora buia della storia del mondo. Sentiamo la guerra sempre più vicina, sempre più pericolosa e sempre, sempre crudele: quante morti innocenti, quanti bambini giustiziati o deportati, quante famiglie rastrellate e freddate, quanta vendetta che amplia gli spazi e i tempi dei conflitti, senza far intravedere una soluzione…

Dove, dunque, cercare la speranza? Dove trovare la speranza per chi, come voi, fa memoria di un dolore mai passato, di ferite ancora aperte, di una morte sopravvenuta con violenza, odio, vendetta?

Mi sembra che la Parola di Dio ci consegni la speranza in tre passi: attesa, sete, paradiso.

Nel Vangelo (Mt 25,1-13) la speranza è attesa, incarnata dalla parabola delle «dieci vergini», che si addormentano mentre lo sposo tarda.

È notte, dunque è buio; e quel buio, se ci pensiamo bene, è reso tale proprio dall’assenza dello sposo. Le dieci vergini sono il simbolo della nostra vita anche nei momenti di solitudine, dolore, lutto; e la vita può essere o non essere attesa, può essere o non essere speranza. Le vergini che sperano sono quelle che hanno preso «l’olio per la lampada». Sono, cioè, coloro che non hanno atteso in maniera passiva: si sono date da fare, hanno faticato per comperare l’olio, hanno cercato di custodirlo… hanno impegnato la loro vita in un ideale. E, così, nella notte, hanno riacceso la speranza di molti.

«Nessuna notte è così lunga da far dimenticare la gioia dell’aurora. E quanto più oscura è la notte, tanto più vicina è l’aurora», ha detto tempo fa Papa Francesco in una catechesi sulla speranza. E ha aggiunto: «Chi reca speranza al mondo non è mai una persona remissiva… Non c’è costruttore di pace che alla fine dei conti non abbia compromesso la sua pace personale, assumendo i problemi degli altri. La persona remissiva, non è un costruttore di pace ma è un pigro, uno che vuole stare comodo. Mentre il cristiano è costruttore di pace quando rischia, quando ha il coraggio di rischiare per portare il bene, il bene che Gesù ci ha donato, ci ha dato come un tesoro»[1].

I nostri fratelli caduti hanno atteso così, assumendo i problemi degli altri, compromettendo la propria pace personale per costruire la pace, portando al mondo il tesoro di Cristo. Pertanto, pur nel buio della loro assenza, noi possiamo sperare, voi familiari potete sperare; può sperare il mondo delle Istituzioni, il nostro Paese, l’umanità tutta.

È vero, i nostri caduti hanno attea così e vivono nell’abbraccio, nell’incontro con il Signore. Ma di questo incontro a noi resta l’enigma, la paura, il vuoto… resta la sete. «Ha sete di te, Signore, l’anima mia», prega il salmista (Salmo 62 [63]).

È bello pensare che ciò che nella morte è “incontro” nella vita è “sete”. E noi abbiamo sete, Signore! Sentiamo la mancanza fisica dei nostri cari, il trauma del distacco ci fa ancora sanguinare… Ma è proprio questa sete che ci apre all’incontro con Te, come leggiamo nella prima Lettura (Sap 6,12-16). La «sapienza» si fa incontrare da coloro che la cercano; e la sapienza non è teoria filosofica: è sete di un senso da dare a queste morti che ci hanno trafitto il cuore.

È sete che si fa strada tra le nostre lacrime di madri e padri, di figli e figlie, sorelle e fratelli, amici e colleghi, sacerdoti… e «nessuna guerra vale le lacrime di una madre che ha visto il suo figlio mutilato o morto», ha detto il Papa giorni fa; «nessuna guerra vale la perdita della vita anche di un solo essere umano, sacro, creato a immagine del Creatore»[2].

Nella difesa della pace, intravediamo la sete dei nostri caduti: «Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia». Questa sete è il senso che essi hanno trovato, la speranza che ne ha animato l’impegno, la dedizione, il dono della vita, pur nelle difficoltà più gravi; perché proprio quando la giustizia è violata, la sete di coloro che cercano di restaurarla emerge come speranza di pace per l’umanità: una speranza che continua a illuminare il nostro mondo, consumata nel quotidiano e fino al sacrificio della vita.

Sacrificio. C’è qualcosa di “sacro” nelle morti che oggi ricordiamo; c’è il valore di una testimonianza che, come “testimone”, raccogliamo dai nostri cari caduti. E tale «testimonianza», il cui nome greco è «martirio», è «fedeltà allo stile di Gesù – che è uno stile di speranza – fino alla morte», dice il Papa; è il «farsi trovare sempre sull’“altro versante” del mondo, quello scelto da Dio: non persecutori, ma perseguitati; non arroganti, ma miti; non venditori di fumo, ma sottomessi alla verità; non impostori, ma onesti»[3].

Se qualcuno ha saputo vivere così, c’è ancora speranza che l’umanità non si autodistrugga. Ma se qualcuno ha saputo dare la vita così è perché la sua speranza è andata oltre, ha superato le soglie della morte. «Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti», ricorda San Paolo.

È la speranza della Risurrezione, speranza che oggi i nostri cari vogliono stimolare in noi. «Per chi crede, è una porta che si spalanca completamente; per chi dubita – incoraggia il Papa – è uno spiraglio di luce che filtra da un uscio che non si è chiuso proprio del tutto. Ma per tutti noi sarà una grazia, quando questa luce, dell’incontro con Gesù, ci illuminerà»[4].

In una parola, la speranza del Paradiso, perché il Paradiso non è un luogo ideale ma il Mistero di quell’incontro di Amore che ci attende e che, giorno dopo giorno, anticipiamo in ogni gesto di amore, di giustizia e di pace: nei rapporti interpersonali, nelle relazioni socio-politiche, negli scambi internazionali.

Sì, cari amici. Il Paradiso è la sete che ci anima, è la «meta della nostra speranza»[5]! Il Signore ci doni di crederlo e l’amore che ci lega ai nostri cari, pur nelle lacrime e nella fatica, ce lo faccia pregustare, per vivere, come loro, nell’attesa operosa e gioiosa: ogni istante e fino alla fine.

E così sia!


✠ Santo Marcianò

[1] Francesco, Udienza Generale, 11 ottobre 2017

[2] Messaggio del Santo Padre ai partecipanti alla sesta edizione del «Forum de Paris sur la paix», 10.11.2023

[3] Francesco, Udienza Generale 28 giugno 2017

[4] Francesco, Udienza generale, 18 ottobre 2017

[5] Francesco, Udienza Generale, 25 ottobre 2017

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