Dallo studio pubblicato da CE Delft sul livello di inquinamento e i conseguenti costi sociali nelle metropoli europee si è riscontrato in Italia un livello critico nelle città di Roma, Milano, Torino, Brescia, Padova, Venezia. La qualità dell’aria in queste città è pessima, ciò è dovuto soprattutto alla grande mole di traffico su gomma. Lo studio ha preso in esame i dati raccolti nel 2018 e alla ricerca ha collaborato anche Legambiente che ha confrontato i costi relativi allo smog con il numero di auto in circolazione e lo sviluppo dei mezzi pubblici. L’inquinamento atmosferico in Italia contribuisce ad una maggiore spesa per i cittadini che si ritrovano anche a subire gli effetti derivanti dall’inquinamento: come la riduzione dell’aspettativa di vita e i maggiori ricoveri ospedalieri; queste cifre vanno a pesare mediamente 1.400€ sulle tasche di ciascun cittadino, equivalente a circa il 5% del PIL; mentre in Europa questo valore medio resta più basso (1.250 euro e il 3,9% del PIL).

    Bucarest conquista la vetta di questa speciale classifica dei costi sociali, seguita da Milano, Torino al nono posto, mentre Roma si piazza al diciassettesimo. Per la Capitale il dato più allarmante confluisce sull’“altissimo tasso di motorizzazione di Roma, [quale]ha una ricaduta ambientale che vediamo davanti a noi tutti giorni, con strade, monumenti e spazi invasi dal traffico veicolare, causando un inquinamento atmosferico” ha detto Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio. Scacchi ha evidenziato inoltre le criticità con le quali la città si trova a convivere da sempre: su tutte l’insufficiente rete di trasporti pubblici su ferro (tram e metropolitane) comparata a quella delle altre capitali europee. “Ci vuole una poderosa cura del ferro ferma invece da venti anni, un rilancio in totale sicurezza del TPL, il sostegno a tutta la mobilità nuova, da quella ciclabile alla micromobilità elettrica; il tutto per abbattere il numero di veicoli circolanti a partire da un blocco
    progressivo ma incessante dei Diesel che ora sembra essere completamente dimenticato”, conclude Scacchi. In vista delle elezioni che si terranno con probabilità nella primavera 2021, arriverà mai davvero una giunta comunale che metterà al centro della propria agenda una vera e propria rivoluzione ecologica che coinvolga tutti i rami della città?

    https://cedelft.eu/en/publications/2534/health-costs-of-air-pollution-in-european-cities-and-the-linkage-with-transport

    https://www.adnkronos.com/sostenibilita/tendenze/2020/10/21/costi-sociali-smog-roma-milano-torino-tra-prime-cittaeuropee_RVkpaqEnRb32cabnCpdaHI.html?refresh_ce

    https://www.romatoday.it/politica/smog-roma-inquinamento-europa-legambiente.html

    A cura di Simone Riga

    L’ultimo rapporto Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (Unep) è chiaro, il futuro del Mediterraneo è a forte rischio: la perdita di biodiversità, l’aumento delle disuguaglianze, l’esponenziale crescita dei cambiamenti climatici e la forte pressione che subiscono le risorse naturali potrebbero portare ad un punto di non ritorno. Nel documento si mette in risalto come l’elevata pericolosità della degradazione dell’ambiente potrebbe portare a conseguenze molto gravi per la salute dell’uomo e la sussistenza della regione.

    Le cifre parlano di un 15% di vittime nel Mediterraneo causate da prevedibili fattori legati all’ambiente; nel 2016 erano stati oltre 228mila i decessi prematuri dovuti all’inquinamento dell’aria. L’area geografica del Mediterraneo si stima che sia inondata da circa 730 milioni di tonnellate di plastica ogni giorno, e un altro fattore che influisce non poco è la presenza di specie non indigene, più di mille, che minacciano la biodiversità. Infine, il surriscaldamento climatico cresce il 20% più veloce rispetto alla media mondiale “È in gioco il futuro del Mediterraneo. Negli ultimi mesi, il mondo si è chiesto come sarà il mondo in futuro”, ha affermato François Guerquin, Direttore di Plan Bleu. Il rapporto ha stilato una lista delle azioni da intraprendere in modo da poter salvaguardare la regione mediterranea: eliminare gli incentivi per attività dannose all’ambiente, per esempio le fonti non rinnovabili; una stretta cooperazione in tutti i settori della società dell’implementazione politiche ambientali; mettere in campo delle azioni di prevenzione; rafforzare la resilienza nelle situazioni di incertezza adottando delle strategie sostenibili; rinforzare l’applicazione delle disposizioni in materia ambientale, seguendo anche le direttive della Convenzione di Barcellona e dei suoi relativi protocolli.

    https://www.unep.org/resources/report/state-environment-and-development-mediterranean

    A cura di Simone Riga

    Lo scorso 12 ottobre, dopo 13 mesi di ricerche, la nave Polarstern ha fatto ritorno nel Vecchio Continente, gli studiosi a bordo hanno raccolto una quantità enorme di dati e sperimentazioni per oltre un anno nel Circolo polare Artico e sono riusciti a vedere con i propri occhi gli effetti spaventosi dei cambiamenti climatici che stanno affliggendo la calotta artica al doppio della velocità rispetto alle altre regioni del Pianeta. “Abbiamo osservato la calotta morire - ha affermato il capo della missione, il climatologo Markus Rex - se continueremo in questa direzione, entro qualche decennio osserveremo un oceano artico completamente privo di ghiacci nel corso delle stagioni estive”. Gli scienziati si sono ritrovati di fronte, anche al Polo Nord, a ghiaccio “fuso, assottigliato e friabile” e ad estese aree con acqua allo stato liquido.

    La quantità di informazioni raccolte è talmente elevata che ci vorranno uno o due anni per analizzarle ed avere quindi delle risposte che saranno estremamente necessarie per fare il punto della situazione odierna e di quella che sarà un domani. I ricercatori hanno rilevato nel periodo invernale delle temperature molto più calde rispetto a quelle degli anni passati; il tutto è stato possibile attraverso l’installazione di quattro stazioni scientifiche in un’area estesa per 40 chilometri dal punto dove era attraccata la Polarstern. Sono stati così raccolti dei campioni, sia di acqua che di ghiaccio, che saranno poi analizzati nei laboratori; e la successiva analisi su questi campioni e l’elaborazione dei dati raccolti daranno una prospettiva di quello che avverrà tra 50 o 100 anni.

    “Riteniamo di essere riusciti a penetrare nella comprensione del sistema climatico artico”, ha dichiarato Rex. Speriamo che queste ulteriori conoscenze potranno aiutarci ad evitare il peggio, e che soprattutto saranno ascoltate attentamente da chi dovrà prendere delle decisioni, quali ricadranno sull’intera umanità.

    https://www.bbc.com/news/science-environment-54515518

    https://www.dw.com/en/german-research-vessel-to-return-from-dying-arctic/a-55238214

    https://www.arctictoday.com/an-arctic-expedition-plans-to-spend-a-year-in-ice-to-investigate-epicenter-of-climate-change/

    https://www.mosaic-expedition.org/wp-content/uploads/2019/09/mosaic-factsheet-facts-on-sustainability.pdf

    A cura di Simone Riga

    Che il consumo eccesivo della carne sia insostenibile è già cosa nota a molti, ma Greenpeace Italia ha voluto dare un ulteriore contributo alla tematica andando ad analizzare nello specifico l’impatto di tale settore produttivo sull’ambiente. Dallo studio è emerso che consumiamo una volta e mezza le risorse naturali presenti nei terreni agricoli di cui disponiamo, e ciò dipende dall’agricoltura e la zootecnia per l’appunto. Per effettuare questa ricerca l’Ong ha preso in considerazione l’impatto ecologico di un dato settore confrontandolo con le reali capacità che ha quella precisa zona, ossia la propria biocapacità, di assorbire le emissioni e i rifiuti prodotti. Nel caso degli animali allevati sono state prese in considerazione solamente le emissioni dirette, escludendo quelle indirette che concernono tutta la filiera, quali avrebbero portato ad una cifra ancora più alta dell’impatto ecologico.

    Dalla ricerca è emersa l’insostenibilità dell’agricoltura e della zootecnia, quali prese nell’insieme creano un deficit tra la domanda e l’offerta di risorse naturali; gli allevamenti, come si pensava, pesano non poco sull’impatto totale considerando che richiedono il 39% delle risorse naturali del paese, e si trattano solo delle emissioni di gas serra derivate da deiezioni e fermentazione enterica degli animali allevati. L’apice dell’impronta ecologica si raggiunge in Lombardia, la quale da sola, nel settore zootecnico, contribuisce per oltre un quarto sull’intero impatto nazionale “divorando” il 140% della biocapacità della regione. L’intera area del Bacino Padano, che racchiude più regioni, contribuisce per oltre la metà del totale del paese, sempre prendendo come riferimento la zootecnia. 

    Lo studio mostra come la situazione sia assolutamente fuori controllo, e un’inversione di rotta è indispensabile, e possibile, solo se attraverso la strategia della nuova PAC, che verrà decisa nei prossimi giorni, si freneranno i sussidi agli allevamenti intensivi. Ma il cambio di rotta dovrebbe arrivare prima di tutto dal singolo cittadino che responsabilmente dovrebbe cominciare ad affrontare uno stile di vita più sostenibile, per sé stesso e per gli altri. “Una maggiore attenzione a salute e
    alimentazione può comportare un vero e proprio cambiamento di sistema, che porti a produrre, ma anche, a consumare meno”, ha dichiarato Riccardo De Lauretis, responsabile dell’area emissioni e prevenzione dell’inquinamento atmosferico dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).

    Per leggere il report completo aprire il seguente link https://storage.googleapis.com/planet4-italy-stateless/2020/10/b3ee8b89-report-il-peso-della-carne.pdf

    A cura di Simone Riga

    Era il 2011 quando avveniva il disastro nucleare di Fukushima, causato da un terremoto e un conseguente tsunami, e dopo anni di fallimento nella gestione dell’evento il governo è pronto ora a perseguire la strada che porterà al rilascio dell’acqua radioattiva nell’oceano Pacifico a partire dal 2022. Si attende praticamente solo l’ufficialità per fine mese. Al momento l’acqua contaminata è stata stoccata in dei serbatoi presso la struttura, e non è poca, supera un milione di tonnellate. Il plausibile arrivo a questa decisione ha scatenato le legittime lamentele del comparto ittico, infatti i pescatori che operano nell’area sarebbero tra i primi a subire dei danni in quanto questa azione comporterà un crollo del mercato della pesca che perdurerà per anni a causa della contaminazione dell’acqua.
    “Siamo assolutamente contrari al rilascio di acqua contaminata nell'oceano in quanto potrebbe avere un impatto catastrofico sul futuro dell'industria della pesca giapponese”, ha affermato Hiroshi Kishi (presidente di JF Zengyoren, Federazione nazionale delle cooperative della pesca giapponesi) in un incontro con i funzionari del governo. Tuttavia, un gruppo di esperti assodati dal governo aveva già dato il via libera per lo smaltimento dell’acqua radioattiva via mare raccomandandolo per l’appunto all’esecutivo già tempo fa. Ma nonostante gli appelli rivolti ai funzionari del governo e del Ministero dell’industria da parte dei rappresentanti del comparto ittico non sono state presentate delle valide alternative per lo smaltimento dell’acqua radioattiva. Si è parlato di aggiungere altri
    serbatoi o di far evaporare l’acqua ma sversandone una parte nell’oceano, ossia delle soluzioni non proprio di rilievo.

    “Ci opponiamo fermamente al rilascio di acqua contaminata nell'oceano in quanto chiaramente causerà danni alla reputazione”, ha detto Toshihito Ono, capo dei grossisti e della lavorazione del pesce nella prefettura di Fukushima. Le importazioni crollerebbero drasticamente poiché i paesi rafforzerebbero le restrizioni al comparto ittico giapponese. Nelle parole di Ono e Kishi si evince tutta la preoccupazione per il futuro della pesca e dell’intera filiera che subirebbe un contraccolpo
    molto pesante, e per questo hanno chiesto al governo di continuare a valutare e studiare attentamente qualsiasi altra alternativa. Tuttavia, il governo pare aver fretta di risolvere la vicenda in quanto lo smaltimento dell’acqua contaminata è considerato una priorità e, nonostante gli appelli dei rappresentanti della pesca, sembra essere ormai intenzionato ad intraprendere questa strada che lascerà un intero settore economico e un mare, animato da specie viventi, in balia di un’acqua radioattiva. E tutto non sarà più come prima.

    https://www.reuters.com/article/us-japan-disaster-water-fishermen/japan-fishermen-oppose-catastrophic-release-of-fukushima-water-to-ocean-idUSKBN26T1WP

    https://www.rinnovabili.it/ambiente/inquinamento/disastro-di-fukushima-acqua-rilasciata-oceano/

    A cura di Simone Riga

    Uno studio scientifico pubblicato su Proceedings of the Royal Society ha rilevato che metà della Grande Barriera Corallina australiana è sparita negli ultimi 25 anni. Le ricerche hanno preso in analisi il periodo tra il 1995 e il 2017; “abbiamo concluso che il numero di piccoli, medi e grandi coralli della Grande Barriera Corallina è sceso di oltre il 50% dal 1990”, afferma Terry Hughes, professore coautore dello studio. Il declino ha colpito praticamente tutte le specie di coralli presenti sia in acque profonde che in quelle basse, e l’evento principale, che ha colpito delle specie importanti per la riproduzione, è stato uno sbiancamento di massa avvenuto tra il 2016 e il 2017 a causa delle altissime temperature registrate.

    I coralli ramificati sono stati tra i più colpiti e da loro dipende la struttura degli habitat, e quindi con la loro assenza si è avuto un conseguente declino degli habitat e successivamente è diminuito anche il numero di pesci nella Barriera Corallina. “Se vogliamo capire come stanno cambiando le popolazioni di coralli e se possono riprendersi o meno dai disturbi, abbiamo bisogno di dati demografici più dettagliati” ha spiegato il dott. Andy Dietzel, l’autore principale della ricerca. I dati che occorrono vanno dal processo di riproduzione alla struttura delle colonie. “Pensavamo che la Grande Barriera Corallina fosse protetta dalle sue stesse dimensioni, ma i nostri risultati mostrano che anche il sistema della più grande, e relativamente ben protetta, barriera corallina del mondo è sempre più compromesso e in declino”, ha affermato il prof. Hughes.

    I cambiamenti climatici che hanno investito la barriera corallina dell’Australia, attraverso ondate di calore marino verificatesi nel 2016 e 2017, hanno provocato un notevole deterioramento della zona settentrionale e centrale; mentre con le temperature altissime del 2020 è stata la parte meridionale ad essere interessata. L’ allarme è sempre lo stesso, “non c’è tempo da perdere” dicono gli studiosi, e bisogna “ridurre drasticamente le emissioni di gas serra”. Un altro appello tra le migliaia che si spera arrivi a chi deve prendere delle decisioni, affrettando i tempi per il raggiungimento della neutralità climatica, perché qui di tempo sembra non esserci più.

    https://www.coralcoe.org.au/media-releases/the-great-barrier-reef-has-lost-half-its-corals

    A cura di Simone Riga

    La Comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi scende in piazza con un“pasto sospeso” per aiutare i “nuovi poveri” post covid

    La Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da Don Oreste Benzi nel 1968 e presente in 40 paesi del mondo con oltre 500 realtà di accoglienza , con l’obiettivo di affrontare la questione delle “nuove povertà”,il 26 e 27 settembre scende in 800 piazze in tutta Italia (tutte le info su unpastoalgiorno.org) con l’iniziativa solidale 'Un Pasto al Giorno', un’occasione per sensibilizzare sul tema e per dare l’opportunità di comprendere meglio le difficoltà di oggi. “Per molti il coronavirus ha significato proprio questo - spiegano i responsabili della Comunità – e nel solo mese di giugno in Italia i cosiddetti 'nuovi poveri' sono stati il 34% del totale di coloro che si sono rivolti alle strutture di sostegno. La nostra missione non si può fermare soprattutto di fronte alle nuove difficoltà emerse con la pandemia, perché non ci sono solo i problemi materiali, ma in questi tempi difficili anche il sostegno psicologico, quella mano tesa che ti fa sentire meno solo, diventa fondamentale». Un impegno cinquantennale, dunque, che ha trovato conferma anche nel solco tracciato da Papa Francesco che in questi ultimi anni ha più volte fatto sentire la sua voce per richiamare alla necessità di crescere insieme come comunità attenta agli ultimi e alla nostra casa comune. «Nelle condizioni attuali della società mondiale – ha scritto il Pontefice nell’Enciclica Laudato Si’ - dove si riscontrano tante iniquità e sono sempre più numerose le persone che vengono scartate e private dei diritti umani fondamentali, il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica e ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri».

    Durante l’iniziativa solidale ci sarà modo per portare a casa un segno concreto di accoglienza e solidarietà verso chi ha più bisogno: con il contributo degli artisti dell
    ’Associazione Autori di Immagini, è stata realizzata una collezione di tovagliette all'americana, «un oggetto simbolico – aggiungono dalla Comunità - che rappresenta il posto preparato per qualcuno alla propria tavola. Ecco perché partecipare all'iniziativa significa 'prenotare' un posto alla nostra tavola destinato a chi oggi non riesce a provvedere da solo al cibo: sarà come 'invitare' alla propria tavola una persona in difficoltà, apparecchiando un posto in più, nel segno di una solidarietà concreta che può fare la differenza proprio ora che ce n’è più bisogno».

    La multinazionale svedese ha lanciato un nuovo genere di Black Friday (Buy Back), in ottica sostenibile che va di pari passo con le politiche del momento e sarà incentrato sull’economia circolare, ovvero sarà consentita la restituzione di credenze, librerie, scaffali, tavolini, armadi, e così via. Quest’ultimi verranno poi valutati e in seguito saranno emessi dei coupon da spendere per dei nuovi acquisti, anche di seconda mano. Una trovata che da un lato pone la società svedese in un’ottica green, ma dall’altro potrebbe produrre un effetto contrario, ossia un maggior consumismo, in virtù della restituzione e il conseguente rilascio di buoni sconto, che difficilmente il cliente spenderà nel reparto usato trattandosi già di una multinazionale dai prezzi invitanti sul nuovo.

    Dovrà pur guadagnarci Ikea, altrimenti non si tratterebbe di business, ma in realtà questa non sembra proprio una concreta risposta alle politiche auspicate vertenti su una crescente responsabilità sostenibile da parte dei consumatori, come anche ricorda l’Obiettivo 12 dell’Agenda 2030 dell’Onu. Analizzando l’iniziativa invece in maniera positiva si potrebbe dire che si tratta di un buon inizio, di un passo avanti, e di un’iniziativa che porterebbe il singolo cittadino ad avere una maggiore sensibilità sul consumo sostenibile e quindi, sull’economia circolare. Ma il coupon dovrà pur sempre usarlo da Ikea, e non sarà di certo obbligato a comprare un oggetto di seconda mano, solo se capirà l’intento profondo dell’idea forse sì.

    Questa iniziativa sarà presente in 27 Paesi, in Italia inizierà il 27 novembre e durerà fino al 6 dicembre. In Irlanda e Regno Unito non è stata fissata una data per la fine. Esclusi d’eccezione sono gli Stati Uniti, che a quanto pare hanno altre strategie in programma. L’azienda svedese ha ribadito comunque la volontà di raggiungere il cosiddetto “climate positive” entro il 2030, che tradotto sarebbe una drastica riduzione di emissioni inquinanti nell’intera filiera. Ikea “è impegnata nella promozione del consumo sostenibile e nel combattere il cambiamento climatico”, ha affermato Peter Jelkeby, responsabile vendite per Ikea UK e Irlanda. Speriamo che non si tratti di solo business.

    https://www.nytimes.com/2020/10/14/business/ikea-buy-back-furniture.html

    https://about.ikea.com/en/sustainability/becoming-climate-positive/what-is-climate-positive

    https://www.ansa.it/ansa2030/notizie/finanza_impresa/2020/10/15/ikea-lancia-black-friday-sostenibile-ricompra-mobili-usati_6e8b545f-718d-4e11-97ad-e83588e34aa4.html

    A cura di Simone Riga

    L’ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di catastrofi (Unsdir) ha pubblicato negli ultimi giorni un rapporto dal quale è emerso che i disastri naturali sono raddoppiati negli ultimi venti anni. L’analisi prende in considerazione il periodo che va dal 2000 al 2019, nel quale si sono registrati un numero di catastrofi pari a 7.348 che hanno causato la morte di oltre 1,2 milioni di persone e una perdita di quasi 3 miliardi di dollari.

    Nel ventennio precedente (1980-1999) le calamità naturali verificatesi erano state 4.212, avevano provocato oltre un milione di vittime e un costo di 1,63 miliardi di dollari. Molti dei disastri naturali sono strettamente collegati al clima (quindi ai cambiamenti climatici): tra il 1980-1999 erano stati 3.656, mentre nel ventennio successivo 6.681. Anche le grandi inondazioni sono passate da 1.389 a 3.254, le tempeste da 1.457 a 2.034; e, infine, si è registrato pure un aumento del numero di incendi, di periodi di siccità e di temperature estreme raggiunte. Gli eventi geofisici come terremoti e tsunami, intercorsi tra il 2000 e il 2019, hanno fatto più vittime di tutte le altre calamità messe insieme. Si tratta di una miriade di dati che sono molto più di un semplice avvertimento, e meglio ancora di un allarme, riguardo l’emergenza climatica e i suoi relativi “effetti collaterali” che stanno divenendo sempre più diffusi, frequenti e catastrofici.

    “Siamo intenzionalmente distruttivi. Questa è l'unica conclusione alla quale si può giungere quando si esaminano gli eventi catastrofici degli ultimi vent'anni. Il COVID-19 non è che l'ultima prova che i leader politici e aziendali devono ancora sintonizzarsi con il mondo che li circonda – afferma Mami Mizutori, rappresentante speciale dell’Unsdir - Le agenzie per la gestione dei disastri, i dipartimenti della protezione civile, i vigili del fuoco, le autorità sanitarie pubbliche, la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa e molte ONG stanno combattendo una dura battaglia contro una marea sempre crescente di eventi meteorologici estremi. Vengono salvate più vite ma sono sempre di più le persone colpite dall'espansione dell'emergenza climatica.”

    https://www.undrr.org/news/drrday-un-report-charts-huge-rise-climate-disasters

    A cura di Simone Riga

    Il Ministero dell’Ambiente ha approvato il decreto attuativo della Legge Clima che consentirà di procedere alla creazione di foreste urbane e periurbane nelle metropoli. “Sappiamo che la lotta ai cambiamenti climatici richiede azioni concrete e finalmente mettiamo in campo questo strumento – ha spiegato Sergio Costa, a capo del Dicastero - che stimola progetti concreti che migliorano la qualità dell’aria nelle città metropolitane, assorbendo anidride carbonica e incrementando allo stesso tempo bellezza e qualità di vita”.

    L’ammontare dei finanziamenti per il biennio 2020-2021 sarà di 30 milioni di euro, quali saranno destinati alle città metropolitane nelle zone dove la qualità dell’aria è andata oltre i limiti dei parametri europei, e che quindi sono state oggetto di infrazioni. Ogni progetto presentato dovrà avere un costo massimo pari a 500mila euro e sarà obbligatorio garantire una manutenzione per un periodo di almeno 7 anni.

    Tali interventi vanno ad allinearsi alle direttive europee e assicureranno una maggiore tutela della biodiversità, un aumento delle superfici delle infrastrutture verdi e un miglioramento della funzionalità ecosistemica e un incremento per la salute e il benessere dei cittadini. L’obiettivo dell’Ue è quello di arrivare ad una società ad impatto zero entro il 2050, e di recente la Commissione ha fissato un nuovo obiettivo per il 2030, ovvero ridurre almeno del 55% le emissioni di gas serra, che si aspetta che venga inserito nella legislazione.

    https://www.minambiente.it/comunicati/ambiente-approvato-dalla-conferenza-unificata-il-decreto-su-forestazione-urbana-30

    https://ec.europa.eu/clima/policies/eu-climate-action/law_it

    A cura di Simone Riga

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