28 Gennaio 2002 - 01:00

    LE BIOTECNOLOGIE

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    Da qualche tempo l'opinione pubblica guarda con apprensione alle biotecnologie, non tanto alle applicazioni mediche, quanto invece ai possibili sviluppi nel settore alimentare. Si scrive, si sente, si legge un po" di tutto, e riteniamo utile tentare di rispondere ad almeno due dei possibili interrogativi: perché ricercatori ed industriali sviluppano i cibi transgenici, e / seconda domanda / come si può affrontare il problema dei rischi e dei benefici di tecnologie così vicine ai consumi ed alle esigenze dell'uomo?
    Da qualche tempo l'opinione pubblica guarda con apprensione alle biotecnologie, non tanto alle applicazioni mediche, quanto invece ai possibili sviluppi nel settore alimentare. Si scrive, si sente, si legge un po" di tutto, e riteniamo utile tentare di rispondere ad almeno due dei possibili interrogativi: perché ricercatori ed industriali sviluppano i cibi transgenici, e / seconda domanda / come si può affrontare il problema dei rischi e dei benefici di tecnologie così vicine ai consumi ed alle esigenze dell'uomo? Per quanto concerne la prima domanda, dobbiamo riferirci alla situazione attuale dell'alimentazione mondiale. Nel mondo industrializzato, la popolazione urbana supera il 90/95%, il che significa che solo una esigua percentuale che vive in campagna coltiva la terra o esercita la zootecnia procurando a sé stessi ed ad un numero sovrabbondante di cittadini il cibo necessario. Questo impone ai coltivatori l'impiego di tecnologie idonee, che permettano un rendimento alto in termini di resa per ettaro e di guadagno. Donde l'impiego di macchine agricole, fertilizzanti , agenti chimici idonei alla protezione da insetti, funghi, erbe infestanti, ed a conservare i cibi durante il trasporto. Il cibo infatti, essendo prodotto lontano dal luogo in cui viene consumato, ed essendo deperibile, deve essere conservato. Questo richiede manipolazioni di ogni tipo: liofilizzazioni, inscatolamento, imbustamento sotto vuoto, addittivazione con antiossidanti, aromatizzanti, conservanti. Basta andare in un supermercato per verificare che , in pratica, non vi è un solo alimento che provenga direttamente , inalterato, dal luogo della produzione senza intervento dell'uomo. Inoltre , la scienza (unita all'esperienza dei contadini)da sempre seleziona, ibridizza, cerca piante che rendano di più in termini di resa per ettaro e di valore nutritivo. Da qualche tempo, il perfezionamento della genetica e della biochimica permette interventi più mirati ,ed è di questo che si occupa oggi l'opinione pubblica.. Paradossalmente, ci si preoccupa ora che gli interventi sono basati su precise conoscenze, e si tende ad accettare per buono ciò che derivava e deriva da pratiche empiriche. E veniamo alla seconda domanda. Per garantirci da possibili controindicazioni, occorre soprattutto controllare. Oggettivamente, i cibi di nuova generazione sono certamente più controllati , proprio per l'interesse che si è svegliato su di essi, dei cibi "normali" . L'impressione è che ci si trovi, come spesso accade, di fronte ad una incongruenza di fondo, che vede nel naturale il bello ed il sano, e nel tecnologico il brutto ed il cattivo, ad onta di svariati volumi scientifici che parlano della "tossicità dei cibi genuini". Occorre quindi esaminare questi cibi non come a sé stanti, ma nel contesto dell'intero panorama della nostra alimentazione, che vede pratiche spesso nocive, tipo quelle che hanno portato al fenomeno della mucca pazza, o alla presenza di diossine e PCB nei mangimi, o anche al trattamento ormonale del bestiame, spesso effettuato ,soprattutto in Europa, al di fuori di ogni idoneo controllo. E certamente è interesse di tutti, produttori compresi, che si costituisca una "sponda scientifica credibile", composta da operatori e ricercatori pubblici, che abbia la fiducia dei cittadini per composizione, operatività, livello anche morale dei componenti e che elimini, su basi scientifiche, paure che si rivelino indebite.E' importantissimo che il nostro paese si inserisca nella ricerca e nello sviluppo di queste tecnologie, sia nel settore vegetale che in quello animale ed umano. Tecnologie che sono, a mio modesto avviso, destinate ad affermarsi sempre di più. Restare fuori significa non avere esperti atti a controllare, ed importare prodotti altrui. Nel dopoguerra facemmo il bizzarro esperimento di non consentire la brevettabilità dei farmaci: il risultato fu la asfitticità di uno sviluppo italiano nel settore farmaceutico, con conseguente costosissima importazione. Chi vive nel mondo della ricerca non sottovaluta il messaggio dato da Clinton e Blair nel presentare il chiarimento del genoma: è un richiamo che il mondo anglosassone fa alla scienza laica, un appello ai giovani che vogliono occuparsi di scienza che, ora, sanno dove andare per svilupparsi e realizzarsi nelle tecnologie biologiche. L'Europa, e l'Italia, non possono rimanere indietro, per subire, una colonizzazione tecnologica da parte degli USA ed anche dell'Inghilterra. Si dà per scontato in molte delle polemiche che l'attuale primato statunitense nelle biotecnologie sia destinato a rimanere definitivo, e non ci si rende conto del fatto che proprio la precarietà della posizione europea, dovuta alla incertezza decisionale ed alle polemiche, sta di fatto scoraggiando ogni iniziativa, anche di ricerca. Il che porta un enorme vantaggio ai paesi che continuano a lavorare, a ricercare, a costituire per i giovani che vogliono fare scienza un punto di riferimento e di approdo per la loro vita Sta a noi portare al settore quei contributi di scienza, ed anche di cautela, che sono necessari

    LUCIANO CAGLIOTI
    Ultima modifica il 28 Gennaio 2002 - 01:00

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