Il giornalista Marco Linari in un libro racconta il percorso umano e spirituale di Don David Maria Riboldi, un sacerdote che sceglie di vivere il proprio ministero accanto a chi la società spesso considera “irrecuperabile”: i detenuti. Don David è amico di Angelipress e di O anche No, dove è stato più volte ospite per parlare dei suoi grandi temi:
Il titolo del libro, “Nessuno nasce innocente”, introduce una riflessione provocatoria: nessuna persona è definita soltanto dal suo errore, ma allo stesso tempo nessuno attraversa la vita senza fragilità, contraddizioni e bisogno di perdono. Il libro invita a superare la divisione semplicistica tra “buoni” e “cattivi” mostrando non solo il crimine commesso, ma anche le storie personali, le ferite, le povertà e le occasioni mancate che spesso stanno dietro una condanna.
Don David sostiene che la sicurezza non nasca soltanto dall’aumento della detenzione, ma anche dalla possibilità di cambiare davvero le persone. La sua idea centrale è che offrire una possibilità a chi non ne ha mai avute non sia semplice bontà, ma una questione di giustizia. Il sacerdote racconta anche il confronto con persone che hanno commesso atti gravissimi. Il libro non nega la responsabilità individuale né minimizza il dolore delle vittime, ma prova a capire se una persona possa essere più grande del suo peggior gesto.
La tesi di fondo è che una persona non coincide mai solo con il suo reato o con il suo passato. Una società più sicura non nasce soltanto dall’escludere chi sbaglia, ma dal creare percorsi in cui chi vuole cambiare possa assumersi la responsabilità del male fatto e costruire una vita diversa.
Su Avvenire di oggi lo stesso Don David racconta un altro libro, in un pezzo di cui riportiamo uno stralcio:
Fa tutto un po’ strano in questa storia di Alemanno, che esce di galera. Il 15 maggio 2025, al convegno “Per un gesto di clemenza” indetto dalla mia cooperativa La Valle di Ezechiele, Ignazio La Russa entrò con passo militare nella Sala Zuccari, si mise su una sedia in prima fila, tirò fuori carta e penna cominciò a scrivere. Non prendeva appunti: scriveva una lettera al suo amico Gianni Alemanno. «Se lo conosco bene, farà il partito dei carcerati”, disse il Presidente del Senato. Effettivamente, tutti coloro che si battono per i diritti delle persone detenute hanno esultato per avere inaspettatamente tra le proprie fila un intrepido assertore della sicurezza e della certezza della pena. Intesa come carcere, chiavi e quant’altro. I suoi Diari di cella sono diventati un libro, di cui gli amici di “Nessuno Tocchi Caino” hanno organizzato fior fior di presentazioni: parliamo degli eredi di Pannella: non proprio la sua parte politica. Un podcast, dall’allusivo titolo “Il sindaco di Rebibbia”, con la voce di Luca Bizzarri. Sembrava che… sembrava.
Poi l’uscita da Rebibbia. I primi frame dei video descrivono qualcosa di molto comune. Uno che esce con le borse in mano. Quasi come ogni galeotto “liberante”. Certo, non erano le borse da supermercato con il nome a pennarello scritto sopra. Ma fin lì… E poi il bagno di folla, l’acclamazione quasi una star, le televisioni, le radio, l’assieparsi dei microfoni, il gettarsi nelle braccia di chi ha letteralmente dichiarato – mentre lo assoldava nel suo battaglione -: «Chi ha sbagliato deve marcire in galera»; il suo – di Alemanno – goffo tentativo di riparare alla maldestra e intempestiva uscita del generale. Ma soprattutto, quando alla S. Messa in carcere a Busto Arsizio, la domenica dopo, ho detto ai miei: «Ma vi sembra normale che uno esce di galera e la prima sera, anziché stare con la sua famiglia, se ne va a cena con Vannacci? »: non vi dico i commenti. Davvero: il mondo al contrario.
Ora, non sappiamo se il Sindaco di Rebibbia incarnerà il ruolo di araldo dei diritti delle persone detenute o se, semplicemente, cercherà quantomeno di dare una mano a quanti hanno condiviso la cella con lui. Se farà il “partito dei carcerati” che, a suo dire, si dichiarano di destra (e non ha fatto una gran pubblicità alla “destra”), oppure no. Certo sappiamo, come ha autorevolmente scritto monsignor Delpini, arcivescovo di Milano, nella prefazione a Fuorilegge, scritto dall’ex cappellano di San Vittore, Roberto Mozzi, che «il carcere è dunque un gemito, una discarica del dolore assurdo». E più ancora, riesumando un vocabolo che andava di moda qualche decennio fa, dice che «in realtà si deve constatare che il sistema è un fallimento». Si usa la parola “sistema” quando non si sa a chi dare la colpa di ciò che non va. O si sa, ma sono “i massimi sistemi”, “i piani alti”, “la camera dei bottoni”, “l’establishment”: là dove si decide. O dove si decide di non decidere.
