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mercoledì, 24 Luglio, 2024

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«Il futuro di Venezia, città campus del sapere» di Camilla Gargioni

La forma di una città è l’impronta del suo futuro. E quella forma, quel disegno è dato non solo dal suo assetto fisico, ma anche dalla visione di chi vi ha sovrapposto un suo progetto.

L’ ambasciatore Umberto Vattani, presidente della Venice International University (Viu) che sull’isola di San Servolo riunisce 21 tra atenei e istituti di ricerca da tutto il mondo, presidente della Fondazione Italia Giappone, già Segretario generale del Ministero degli affari esteri, ha un’idea chiara per Venezia: una città campus di studenti e ricercatori.

Questa capacità di sfida agli attuali problemi della città, che nel caso di Venezia è l’overtourism, l’ha applicata anche a Roma, individuando il «Distretto del contemporaneo» e portando con sé nel comitato scientifico il rettore dell’università Iuav di Venezia Benno Albrecht.

Ambasciatore Vattani, che cosa porterà da Venezia a Roma?
«La chiave è far capire a tutti che non siamo solo il passato. Venezia può diventare e sta diventando città campus, non solo una meta turistica. Può insegnare al mondo come resistere alle sfide ambientali in modo innovativo, pensiamo al Mose. Venezia affronta i problemi di oggi, con un’attitudine diversa: la stessa vocazione la vogliamo portare a Roma».

Che cosa intende per distretto del contemporaneo?
«Sì ritiene che una mappa sia la descrizione di un territorio, ma è la mappa che fa si che il territorio si sviluppi in un certo modo. È un ridisegno complessivo dell’area urbana che include il Flaminio, il Foro Italico e ha come cerniera temporale la Farnesina, si estende al viadotto di Nervi, ricongiunge l’architettura del dopoguerra fino agli edifici contemporanei come il Maxxi di Zaha Hadid. Nessuno aveva guardato finora a quest’area di sviluppo e, soprattutto, non gli aveva dato un nome che simboleggi il futuro».

Che cosa comporta questo ridisegno?
«Si tratta di guardare questo quadrante urbano con uno sguardo nuovo. Occorrerà ridurre le criticità esistenti, migliorare la mobilità pedonale, ciclabile e automobilistica. Mancano connessioni tra edifici di grande valore e spazi verdi: serve in altre parole creare un polo d’interesse per i giovani, di formazione, di studio e ricerca e sportivo».

Vede un distretto anche a Venezia?
«Lo sviluppo dell’università sulle isole e sulla terraferma, per esempio, collegato al museo M9. La spinta di Venezia al futuro si respira nei grandi centri culturali, anche alla Cini che ha le radici nel passato, se ne alimenta, ma è attiva sull’oggi con le manifestazioni sul vetro, con Homo Faber. A Murano si cerca di attrarre artisti contemporanei, le Procuratie Vecchie di Generali sono state restaurate da Chipperfield, grandi architetti giapponesi da Kengo Kuma a palazzo Franchetti a Tadao Ando che premiai alla Viu sono venuti qui. Sono tutti esempi di una proiezione verso il futuro».

Come è cresciuta Viu dalla sua fondazione?
«La Viu è stata fondata 30 anni fa da Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del Tesoro poi Presidente della Repubblica. Erano cinque atenei, oggi sono 21 istituzioni, si è aggiunto anche l’Inaf, l’Istituto nazionale di astrofisica. A Venezia affrontiamo da sempre i temi globali, dal cambiamento climatico alle migrazioni, alimentando un patrimonio che dalla Serenissima in poi non si è mai fermato».

Che ruolo avrà Viu nel progetto di città-campus?
«Il progetto di città-campus nasce allo Iuav, che immagina una città sulla falsariga di quello che in piccolo si svolge alla Viu. Un centro di sapere e ricerca straordinario dove tanti atenei lavorano insieme: Venezia ci spinge a essere ambiziosi, ha sempre avuto la peculiarità di apripista».

Da dove nasce questa spinta all’innovazione, secondo lei?
«Da oltre 1600 anni Venezia affronta le sfide proprie di un ambiente fragile. Ma insieme al Veneto non si è mai fermata moltiplicando centri di ricerca e innovazione. Imprese medio piccole che si sono lanciate sui mercati più lontani, stiamo cambiando le abitudini delle persone con lo spritz: una bevanda universale, che trovi a Tokyo o a New York, frutto del talento veneto di trasformare il Prosecco in qualcosa di ricercato».

Come sintetizzerebbe questa attitudine?
«È l’abilità di trarre spunti dal passato, di Venezia e così di Roma. Non bisogna mai dimenticare di aver ereditato un patrimonio straordinario, ma guardare sempre avanti. Con Albrecht e la rettrice di Ca’ Foscari Tiziana Lippiello vogliamo invogliare tutti a volgere un nuovo sguardo a questa mitica eredità».


Fonte: Corriere del veneto

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