Quando sei in carcere, capisci una cosa: la gabbia più dura da spezzare non è fatta di ferro, ma di paura, di giudizio, di silenzi. Da lì nasce il mio progetto: La Gabbia Invisibile.
È il nome che ho dato a quell’ombra che ti si appiccica addosso anche dopo l’assoluzione, che ti chiude fuori dalla vita, dal lavoro, dalla fiducia degli altri.
Ma è anche il nome di un cammino. Un percorso educativo, umano e profondo che oggi porto nelle scuole, nei centri giovanili, nelle carceri, ovunque ci siano coscienze da risvegliare.
Parlo ai ragazzi che si stanno giocando il futuro senza nemmeno saperlo. Ai detenuti che si sono persi e che cercano una seconda possibilità. Ai cittadini comuni che credono ancora che “giustizia” sia sinonimo di verità.
Racconto la mia storia non per pietà, ma per trasformare il dolore in consapevolezza, per dire che anche quando ti tolgono tutto, ti resta una cosa: la scelta di chi vuoi diventare.
“La Gabbia Invisibile” non è solo il mio passato. È un atto di resistenza civile, un seme di speranza.
È il mio modo per restituire, per costruire un ponte tra il buio e la luce.
Se riesco a toccare anche solo una coscienza, a evitare anche solo un errore, allora tutto questo non è stato vano.
Questa è la mia nuova missione.
Questa è la mia libertà.
