L’anno scolastico di ogni studente che si rispetti è fatto di attese: lunghe ed interminabili attese. Anche quest’anno, nonostante la Didattica a distanza, noi tutti aspettavamo impazientemente le vacanze natalizie. La vera fregatura delle suddette è che arrivano lentamente e svaniscono velocemente, un po’ come quando si aspetta la vendita dei biglietti di un concerto, ma dopo neanche due minuti è già tutto sold out. Così, presto, anche queste vacanze 2020 saranno un lontano ricordo. Da ciò che ho sentito, la maggior parte, più che le vacanze, aspettava Capodanno: come per magia alle 00:01 del primo gennaio 2021 sarebbe scomparso come per incanto il Covid-19. Inutile dire che ciò non è ancora avvenuto, ma è maturata in noi studenti la consapevolezza che in una settimana saremmo dovuti rientrare sui banchi di scuola. Io sarei anche stata contenta di rientrare in presenza, se non fosse stato per le diecimila verifiche nell’arco di 5 giorni - non che si possano biasimare i professori che bramano i voti più di quanto Beth Harmon facesse con la vittoria contro Borgov ne ‘La Regina degli scacchi’ -. Inevitabilmente alla consapevolezza del rientro si accosta l’ansia di non fare in tempo neanche a iniziare i compiti: non si è mai soli in questa situazione. Si ricevono a qualsiasi ora del giorno e della notte messaggi in cui viene chiesto a che punto si è con lo studio con l’intento di sentirsi meno in colpa per aver procrastinato. Eppure, ancora una volta, sono cambiate le carte in tavola: si rientra non più il 7 gennaio, ma forse lunedì 11, se non addirittura lunedì 25. Quindi eccola la nuova attesa per noi studenti, non più le vacanze pasquali - ancora troppo lontane - ma la misteriosa data dell’effettivo rientro in presenza a scuola. Ora sono aperti i banchi per le scommesse e ci sentiamo un po’ tutti Tommy Shelby nella prima stagione di ‘Peaky Blinders’. 

    Al via l’11 gennaio la IV stagione della docu-serie realizzata da Stand by me, che racconta la vita dell’ospedale durante l’emergenza Covid

    Nuove puntate di “Dottori in corsia”, la docu-serie girata all’interno dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, andranno in onda su Rai3 a partire da lunedì 11 gennaio alle ore 23.30.

    La quarta stagione della serie di Simona Ercolani, prodotta da Stand by me in collaborazione con Rai Fiction, con la partecipazione straordinaria di Federica Sciarelli, propone in 9 puntate il racconto della vita dell’Ospedale pediatrico nell'anno straordinario caratterizzato dalla pandemia da SARS-CoV2. Alcune delle storie avranno come protagonisti proprio i bambini e i ragazzi ricoverati nel Centro Covid di Palidoro. Le telecamere entreranno anche nei reparti di cardiologia, chirurgia neonatale, epatologia, reumatologia, neurologia, nefrologia e terapia intensiva, seguendo le storie dei pazienti e delle loro famiglie.

    «L’emergenza Covid sta impegnando tutti noi in modi che non avevamo immaginato e sono davvero orgogliosa della risposta che l’Ospedale è stata in grado di approntare in tempi rapidi e facendo rete con le istituzioni sanitarie locali e nazionali - afferma Mariella Enoc, Presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù -. Mi auguro che le famiglie che seguiranno le storie della quarta serie di “Dottori in corsia- Ospedale Pediatrico Bambino Gesù” possano cogliere il messaggio molto importante di adottare tutte le misure di precauzione necessarie per prevenire il contagio da coronavirus nella vita quotidiana ma allo stesso di non trascurare mai i controlli sanitari per timore del virus, continuando ad aver fiducia nelle cure offerte in sicurezza in ospedale. La nuova produzione con Stand by me e Rai si conferma come espressione di autentico servizio pubblico».

    Il Bambino Gesù affiancherà alla messa in onda delle puntate un’attività di comunicazione online con l’obiettivo di fornire alle famiglie una corretta informazione. Sul portale www.ospedalebambinogesu.it verranno infatti pubblicati articoli e approfondimenti sulle patologie affrontate in ogni puntata. I contenuti verranno anche condivisi attraverso i canali social dell’Ospedale. Hashtag ufficiale: #Dottoriincorsia

    E’ nato il Partito Nazionale Rom e Sinti  ”Mistipè”  le  fondatrici sono 3 donne Rom Italiane attiviste per i diritti umani, impegnate nella lotta antidiscriminazione.

    “Mistipè “nasce il 4 Dicembre 2020 con atto pubblico in Lanciano Abruzzo. Nasce dall’esigenza di combattere la discriminazione e l’odio razziale nei confronti dei Rom e Sinti in Italia, discriminazione e odio sempre più crescenti e accentuati soprattutto negli ultimi tempi.

    Mistipè Nasce dall’unione dei Rom Abruzzesi e Molisani Italiani di antico insediamento (presenti in italia già dal 1300 ) per dare dignità al popolo Rom e Sinto,  considerato straniero a casa propria che troppo spesso viene usato come capo espiatorio per i mali dell’Italia, soprattutto sotto campagna elettorale. 

    Il Partito Nazionale Rom e Sinto è la risposta alla soluzione di un problema che non è più soltanto né culturale e né sociale ma bensì politico, che mancava in Italia. Tutti hanno diritto ad avere un partito che rappresenta ora a distanza di più di 700 anni l’hanno anche i Rom. Ma la vera novità è che il direttivo la maggioranza è costituita da donne Rom.

    Il Programma vede come punti principali:

    Rappresentare i Rom e Sinti nel panorama politico

    Riconoscimento del popolo Rom e Sinto come minoranza linguistica 

    Azioni mirate per incrementare l’inclusione sociale e scolastica dei Rom e Sinti

    Azioni mirate per la parità di uomo e donna 

    Combattere la discriminazione e l’odio nei confronti dei Rom e Sinti 

    I menbri del direttivo Nazionale Mistipè sono:

    Presidente – Giulia Di Rocco assistente legale, membro del Forum RSC istituito dall’Unar presso il Ministero delle Pari Opportunità , membro dell’IRU – International Roma Union che rappresenta i Rom al Consiglio D’Europa e ONU, Commissaario  per la Politica e la Democrazia in Italia per i Rom e Sinti.

    Vice Presidente - Virginia Morello attivista 

    Segretario - Anthony Guarnieri Attivista e studente  

    Tesoriere - Concetta Sarachella attivista, Stilista e presidente dell’associazione ROM IN PROGRESS

    Carlo Tavecchio è il nuovo presidente del Comitato Regionale Lombardia: succede a Giuseppe Baretti. L’ex presidente della FIGC è stato eletto con 380 voti superando l’altro candidato, Alberto Pasquali, che ha raccolto 366 adesioni. Eletta con lui anche Valentina Battistini, ideatrice del progetto Quarta Categoria e ospite qualche mese fa di “Insieme Con…” su Rai 1, con Paola Severini Melograni, per parlare del calcio come metafora di vita, luogo straordinario di solidarietà e dell'inclusione.

    "Questa Lombardia ha bisogno di tutti. Ci aspetta una stagione di confronto. Andrò a Roma senza rivalsa, ma con la dignità che compete a una regione con 10 milioni di abitanti", ha detto Tavecchio in seguito all'elezione.

    Su Interris.it sono state raccolte diverse testimonianze sull'impatto dell'emergenza sanitaria sugli handicap intellettivi rispetto a quelli motori. Eccone alcuni stralci, tra cui l'intervento di Paola Severini Melograni, direttore di Angelipress, su "emergenza e disabilità":

    “Lanciamo un appello alle istituzioni affinché tengano conto di quanto l’emergenza sanitaria abbia aggravato le nostre difficoltà. Per noi il peso della pandemia è dopo. Occorre tenere conto  del fatto che la disabilità non è una scelta. Ma una condizione, subita, per questioni ambientali e stili di vita che prescindono dal volere individuale. In questa pandemia l’esclusione delle Rsd (residenze per disabili) dal piano vaccini è l’ultima e più grave delle dimostrazioni di disinteresse verso il nostro disagio. Regioni e governo si rimpallano le responsabilità per questa inspiegabile esclusione", ha detto a Interris.it Antonio Massacci, che presiede nelle Marche l’onlus Anffas, l’associazione delle famiglie di disabili intellettivi. 

    Così invece il giornalista Marco Sabatini Scalmati, papà di Matteo, un ragazzo autistico di 13 anni, che si batte da anni per i diritti delle persone affette da autismo e per il rispetto verso i loro familiari. “In pandemia, soprattutto nel campo dell’istruzione, a fronte di un impegno generalizzato, sono però evidenti i ritardi organizzativi e la confusione nel fornire indicazioni chiare e precise. Fra le tante questioni ancora aperte vi è la gestione dei ragazzi più fragili".

    Emergenza disabilità

    Nel rapporto con la disabilità e la diversità, “l’Italia sta migliorando. Le reti di civiltà nel nostro Paese sono le migliori del mondo, il problema è il riconoscimento del lavoro. Abbiamo la miglior legge sulle collocazioni lavorative. Ma le aziende preferiscono pagare le sanzioni che assumere i disabili. E’ qui che si deve cambiare“, puntualizza Paola Severini Melograni, una delle figure di riferimento, anche a livello istituzionale, per il terzo settore. Fondatrice (nel 2000) e direttrice di AngeliPress, agenzia di informazione dedicata a questi temi. Oltreché creatrice e conduttrice di “O anche no” su Rai2. Il programma in onda ogni domenica alle 9 affronta i temi della diversità e della disabilità in tutti i suoi aspetti. “Sempre attraverso un approccio positivo”, evidenzia Paola Severini Melograni.

    Anne De Gaulle e i diritti per la disabilità

    E’ il caso, per esempio, dell’ultima puntata speciale del 2020 dedicata dal programma di Rai 2 ad Anne De Gaulle (1928-1948). La figlia del generale e statista affetta da trisomia 21. “E’ grazie ad Anne che sono state fatte una serie di iniziative in Francia. Si è aperto un comportamento virtuoso verso i disabili. E c’è stata un’analisi della realtà su queste tematiche“, sostiene Paola Severini Melograni. Dopo la morte di Anne, “Charles De Gaulle e sua moglie Yvonne, decisero di trasformare un castello della famiglia di lei, in un centro. Per ragazzi e ragazze con difficoltà psichiche e non solo”. Una vicenda ricostruita dall’ambasciatore francese in Italia, Christian Masset“.

    Europa dei diritti

    Il biopic “De Gaulle”, con protagonista Lambert Wilson, è da poco uscito in Francia. E ha fra i punti centrali proprio la figura di Anne, nata nel periodo passato da De Gaulle in Germania .”Un Paese dove i down facevano una brutta fine. Invece, De Gaulle, che le era legatissimo, capisce quanto sia importante darle visibilità. E vede così anche la futura Europa dei diritti“. Di disabilità, chiarisce Paola Severini Melograni, “non dobbiamo parlare tanto a chi ha già la casa piena di libri e di buona musica. A chi è già formato e convinto che le persone disabili debbano avere pieni diritti. Dobbiamo raggiungere chi non è convinto. E questo lo si fa cercando di essere educatori capaci anche di affascinare”.

    Realmente alla pari

    Aggiunge Paola Severini Melograni: “Con la pandemia, per i disabili alcune cose sono cambiate addirittura in meglio. Ad esempio molti ragazzi con problemi motori, attraverso le lezioni online, si sono sentiti realmente alla pari con i compagni. Mentre per i ragazzi con disabilità mentali, l’isolamento del lockdown, è stato terribile. E proprio grazie al tam tam scatenato dalle famiglie e da noi, il primo Dpcm è stato cambiato”. Tutti i membri del cast del programma sociale del servizio pubblico esplorano a loro modo il tema della disabilità. Da Andrea Paris, vincitore di “Tu si che vales”, alla band “Ladri di carrozzelle“, da Stefano Disegni con le sue vignette alle scelte musicali di Federico Capranica. Fra i risultati più emozionanti ottenuti da Paola Severini Melograni con il suo gruppo di lavoro, l’apertura del Festival di Sanremo nel 2016 a Ezio Bosso. “E’ stato un momento fondamentale“, conclude.

    Qui il pezzo completo: https://www.interris.it/la-voce-degli-ultimi/tenere-conto-della-diversita-di-condizioni-dalla-prima-linea-del-sostegno-ai-disabili-un-appello-alle-istituzioni/

    S’intitola “Il Bosco delle Meraviglie” ed è un film documentario che nasce da un intero anno vissuto dalla regista Patrizia Santangeli insieme alle bambine e ai bambini, alle maestre e ai maestri dell’Asilo Bosco Caffarella di Roma. Si tratta di un progetto educativo ambientale ispirato alla pedagogia dell’asilo nel bosco per bambini e bambine dai 3 ai 6 anni, che vivono la giornata a diretto contatto con la natura, godendo della semplicità e della bellezza del bosco e della ricchezza delle esperienze educative che offre. Il film è disponibile in DVD e racconta l’esperienza pedagogica che ne è alla base.

    Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=78xJYn31p_o

    E’ l’interrogativo che ci siamo posti quando Angelipress ha chiesto al Centro Jobel di Trani di provare a dare il suo piccolo contributo sulla “comunità” attraverso un blog.

    E’ ormai abitudine consolidata perdere e dimenticare “il perché” attribuiamo delle parole a dei pensieri a delle azioni a delle cose, trasformando, interpretando e spesso tradendo il loro senso e significato.

    Per questo per cominciare a parlare di “comunità” crediamo sia necessario ricordare a noi stessi perché utilizziamo questo termine: citando l’autorevolissima Treccani “l'espressione comunità può essere ricondotta a communitas e quindi a koinonia vale a dire UNIONE (koinè), ove il singolo non ha un'esistenza indipendente dal tutto che la comunità rappresenta, il suo destino è definito all'interno dello spazio di possibilità perimetrato dalla comunità di appartenenza.” 

    A questo aggiungiamo la descrizione mutuata dal Dizionario Etimologico on Line (versione web del famoso Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani) che definisce la “Comunità” come “più persone che vivono in comune, sotto certe leggi e per un fine determinato”.

    E’ evidente che due sono gli elementi fondanti una comunità: la persona singola e l’insieme delle persone, tenute insieme, “incollate” dal “vivere insieme”, interdipendenti, unite ma regolate “sotto certe leggi”.

    Per cui essere comunità è essere persone che vivono insieme, in uno spazio, con delle regole e dei legami, in un’idea di “confine” in cui avere un “proprio”, contraddistinto da identità, senso di appartenenza.

    Se questo è vero a questo punto dovremmo capire qual è lo spazio della comunità in cui viviamo: la famiglia? Il luogo di lavoro o la scuola? Il condominio o il quartiere? La Città, la Provincia o la Regione? La Nazione o il Continente? La Terra o il Sistema Solare? 

    Secondo il nostro punto di vista la comunità non può esistere se esclude l’idea che il suo fulcro sono le persone e la loro capacità di convivere, motivo che ci spinge a considerare che ha senso parlare di comunità nell’idea di uno spazio in cui l’unico confine è l’assenza delle persone.

    Senza le persone e la loro capacità di convivere, e aggiungeremmo, di co-esistere, di sentirsi parte di un tutto, di essere ognuno interdipendente dall’altro, di appartenere non crediamo si possa parlare di comunità.

    Per questo se pensiamo che esistano più comunità stiamo commettendo l’errore di non mettere più al centro le persone ma solo alcune loro caratteristiche, idee, visioni, perdendo di vista l’assunto fondamentale della comunità. 

    A riprova della nostra idea di comunità questo particolare momento storico ci ha dato la possibilità di comprendere come ciascuno di noi ha fondamentali, quotidiane, spesso indispensabili e inconsapevoli interconnessioni, interazioni, legami con l’intero pianeta. E perfino la muraglia cinese, il muro al confine del Messico ed ogni altra ulteriore barriera non sono stati in grado di fermare il COVID!

    E allora concludiamo come abbiamo iniziato: e se provassimo a ripartire dal senso di Comunità?



    Marco Pentassuglia
    Coordinatore attività e servizi Centro Jobel - Trani

    Ero carcerato e mi avete visitato. Ho pronunciato queste parole poco fa a Nisida, prestando la voce al più rivoluzionario dei testi evangelici, come ha fatto ogni prete quest’oggi e quindi ogni cappellano carcerario in questa domenica. Devo ammettere però di aver giocato sporco, non soffermandomi su importantissimi passaggi ma enfatizzando, con un gioco di pausa, di tono, e di ritmo questo passaggio così forte e l’obbiettivo è stato raggiunto, con quaranta giovanissimi occhi spalancati e quaranta orecchie di adolescenti tese ad ascoltarmi. 

    Al di la della fede, sapere che un personaggio storico così importante come il Maestro di Nazareth si identifica con loro, stupisce non poco. Per questo nel commentare insieme quanto ascoltato uno dei ragazzi ha esclamato: “Vabbuò capisco chi ten famm e sta ‘nguaiat ma o carcerat no, alla fine chi sta caddint coccos semp ha fatt” (vabbè, capisco chi ha fame ed è rovinato ma il carcerato no, perché alla fine chi sta qui dentro qualche errore ha commesso). 

    Questa frase evangelica, infatti, lascia sempre un po’ di perplessità: è facile provare compassione per un affamato, per un assetato, per una persona denudata di tutto e per una allettata dalla malattia ma per un carcerato come si fa a provare tenerezza o misericordia? Non è forse egli stesso la causa della condizione in cui si trova?

    Lasciando da parte le discussioni esegetiche e la pagina evangelica citata, il punto è che questa domanda è profondamente misteriosa come la risposta che ne consegue. Per questo occorre essere attenti alle generalizzazioni in quanto l’unità omogenea della legge e delle regole non riescono e non riusciranno mai a contemplare le singolarità e le tortuose condizioni psichiche, sociali, relazionali alla base di trasgressioni e reati.  Ci sono casi che solo uno psichiatra potrebbe spiegare, altri che richiederebbero l’intervento di un’equipe specializzata per una risposta capace di pesare i tanti fattori motivanti una carriera deviante, e altre situazioni in cui l’efferatezza e la gratuità di un atto non lasciano posti al dubbio tanto chiara è la colpa e la responsabilità. Resta però un dato di fatto: ognuno di noi potrebbe potenzialmente varcare la porta di un carcere e ritrovarsi in un attimo nei panni di Caino. Infatti, al margine di questo tempo ipocrita e giustizialista, occorre ricordare sempre che nessuno con onestà intellettuale potrebbe giurare sulla sua vita o sul cielo stesso di esser capace di non commettere mai e poi mai qualcosa di punibile dalla legge degli uomini. Per questo occorre occuparsi e preoccuparsi del carcere e dei detenuti: è una realtà che ci tocca profondamente e che ci rammenta chi un giorno potremmo diventare se la lucida vigilanza della coscienza e dell’etica venissero meno. Per questo, anche in questi giorni difficili di emergenza sanitaria e sociale non occorre dimenticarsi di Caino anche se è difficile stare dalla sua parte:  è difficile lavorare contro ogni speranza  al suo recupero, aiutandolo ad uscire dalla sbarre non tanto del carcere ma della sua mente, del suo cuore, della sua storia apparentemente predestinata.  È difficile perché per molti è più facile trovare il colpevole, assolvendo se stessi e il sistema sociale da ogni colpa e da ogni responsabilità. Cosa che aumenta la percezione della sicurezza ma senza incidere nella realtà oggettiva, più complessa e variegata.

    È difficile perché nel migliore dei casi Caino perde il suo nome e viene identificato per sempre con il reato che ha commesso, etichetta permanente che lo rende riconoscibile a vista di social. È difficile perché i tanti Abele e i loro familiari vittime di dolori assurdi hanno dogmaticamente ragione e andrebbero accolti nei loro dolori impossibili,  accompagnati ma lontano dai riflettori, con la discrezione di chi ha bisogno di riconciliarsi non solo e non tanto con il colpevole (cosa ardua e irrichiedibile) ma con il non senso e con la vita (cosa ardua ma necessaria).È difficile stare dalla parte di Caino perché devi essergli accanto senza parteggiare per lui ma avendo ben chiaro la condanna del suo male, la necessità della sanzione e soprattutto il bisogno di impedire che altro male venga operato.  È difficile stare dalla parte di Caino  eppure è necessario. È la Costituzione che ci chiede di accompagnarlo nella sua rieducazione, di trovare anche negli occhi di un assassino quella traccia di umanità da cui ripartire affinché assassino non lo sia mai più. Nell’interesse suo. Ma anche nostro, di tutti. È difficile stare dalla parte di Caino ma diventa impossibile ogni qualvolta ci dimentichiamo che Caino abita anche dentro di noi e che per questo, come cantava De Andrè, anche se ci crediamo assolti siamo tutti per sempre coinvolti.

    In onda su RAI2 la seconda puntata dell'anno di O ANCHE NO, il programma sull’inclusione e la diversa abilità. Domenica 10 gennaio alle 9,15 circa e in replica venerdì 15 alle 24,55 ritornano Paola Severini Melograni con le sue interviste, le canzoni dei Ladri di Carrozzelle, Stefano Disegni con le sue strisce satiriche, Rebecca Zoe De Luca con le notizie dal mondo dell’adolescenza e il “prestigiattore” Andrea Paris.

    In questa puntata abbiamo incontrato Rosanna De Sanctis, psicologa e presidente dell’Associazione d’iDee che ci presenta un bed and breakfast “speciale” a Bologna fondato sull’inclusione e che sarà gestito da giovani con sindrome di Down.

    La scrittrice Zoe Rondini ci racconta il suo ultimo libro "Nata Viva".

    Non poteva mancare il tradizionale appuntamento con il cooking show inclusivo. Questa volta saremo ospiti dell'Azienda Agricola Sociale Erba Regina di Frascati.

    O Anche No è scritto da Maurizio Gianotti, Giovanna Scatena e Paola Severini Melograni con la regia di Davide Vavalà.

    Potete comunque rivedere tutte le puntate e anche le stagioni precedenti su Raiplay.

    https://www.raiplay.it/programmi/oancheno

    Produrre idrogeno ed ossigeno attraverso la decomposizione termica dell’acqua realizzata con l’energia solare. Questo l’oggetto del nuovo brevetto nato nei laboratori dei Centri Ricerche ENEA di Frascati e Casaccia con il coinvolgimento di ricercatori dei dipartimenti di “Fusione e Tecnologie per la Sicurezza Nucleare” e di “Tecnologie Energetiche e Fonti Rinnovabili”.

    “Nella decomposizione termica la molecola dell’acqua è scissa ad alta temperatura direttamente in idrogeno ed ossigeno che devono poi essere opportunamente separati. Con l’utilizzo di processi tradizionali ciò avviene a temperature tanto alte da rendere non praticabile questo processo”, spiega il ricercatore ENEA Silvano Tosti.

    Per ovviare al problema delle alte temperature il brevetto propone un innovativo reattore a membrana costituito da una camera di reazione dove sono presenti contemporaneamente due tipi di membrane: una in tantalio per separare l’idrogeno ed una in materiale ceramico per separare l’ossigeno.

    “In questo modo riusciamo a produrre con 500 °C in meno la stessa quantità di idrogeno e ossigeno di un reattore tradizionale”, aggiunge Tosti.

    L’altra innovativa proposta consiste nell’unire questo reattore a membrana ad impianti solari a concentrazione, in grado di fornire calore ad alta temperatura, rendendo così possibile la produzione di idrogeno direttamente dall’energia solare.

    “La produzione diretta di idrogeno dal Sole rispetto ad altri sistemi, come ad esempio l’accoppiamento di solare fotovoltaico con elettrolizzatori alcalini, è di grande interesse per la realizzazione di una catena energetica green ed è caratterizzata dal raggiungimento di elevate efficienze energetiche e da costi di investimento contenuti sia in applicazioni stazionarie, come utenze elettriche civili ed industriali, sia in quelle mobili come i veicoli elettrici”, conclude Tosti.

    Un altro settore interessato da notevoli ricadute è quello della produzione di gas puri, in questo caso idrogeno ed ossigeno, che possono trovare impiego nella chimica fine, nella farmaceutica, e nell’industria elettronica. L’ulteriore sviluppo di questo tipo di reattore potrà beneficiare dei progressi tecnologici dei sistemi solari ad alta temperatura e dei materiali per alti flussi termici.

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