Cari studenti e cari genitori, 

    che cosa sarebbe l’arte senza la Cappella Sistina di Michelangelo, la poesia senza  la Divina commedia di Dante, la musica senza la Passione secondo Matteo di Bach, la  letteratura senza i Promessi sposi di Manzoni, l’architettura senza il Duomo di Milano, la  filosofia senza Kierkegaard? Cosa sarebbe l’amore senza il Cantico dei cantici, la dignità  umana senza le parole di Gesù sui poveri nei Vangeli, la felicità senza il Discorso della  montagna del Vangelo di Matteo?

    Anche quest’anno entro il 25 gennaio siete chiamati a compiere una scelta impor tante, decidendo se avvalervi o meno dell’insegnamento della religione cattolica a scuola.  Noi pensiamo che questo insegnamento offra anzitutto alcuni strumenti per rispondere  alle domande con cui abbiamo iniziato questo messaggio: consente, infatti, di conoscere  e contestualizzare in un’ottica più ampia la storia culturale del nostro Paese e del mondo  intero, attraverso le idee che la religione cristiana ha prodotto.

    Ma nell’insegnamento della religione cattolica si danno anche altre possibilità: gli  studenti possono confrontarsi con le domande profonde della vita. Soprattutto nel tempo  della formazione intellettuale a scuola sorgono quei quesiti che a volte ci affannano, ma  che di fatto ci rendono esseri umani unici e irripetibili: chi siamo? Quale storia ci ha preceduto? Cosa dobbiamo fare per il presente nostro e dei nostri cari? Perché il dolore e la  morte? Cosa possiamo sperare per il futuro in questa terra e dopo? Ognuno deve trovare  la sua risposta. L’insegnamento della religione cattolica si pone proprio nell’orizzonte  degli interrogativi esistenziali, che sorgono anche nei nostri ragazzi.

    In un tempo in cui la  pandemia da COVID-19 ci sta ponendo di fronte problemi inediti per l’umanità, pensiamo che le generazioni future potranno affrontare meglio anche le sfide nel campo dell’economia, del diritto o della scienza se avranno interiorizzato i valori religiosi già a scuola.

    Una solida preparazione nell’ambito religioso consente di apprezzare il mondo  guardando oltre le apparenze, di non accontentarsi delle cose materiali puntando piuttosto  a quelle spirituali, di confutare le false superstizioni escludendo ogni forma di violenza in  nome di Dio, di allenarsi al dialogo sempre rispettoso dell’altro, di formare una coscienza  matura imparando a crescere tenendo conto degli altri e soprattutto dei più deboli.

    Siamo sicuri che l’alleanza educativa stretta tra voi, genitori e studenti, e gli insegnanti di religione cattolica consenta di vivere il tempo della scuola come un’occasione  di reale formazione delle nuove generazioni in modo sano e costruttivo, per il bene dei  nostri ragazzi e della nostra società.

    Cogliamo l’occasione di questo messaggio per augurarvi un nuovo anno di pace e  serenità.

    Sono quasi un migliaio i migranti che in questo momento si trovano abbandonati a loro stessi, nel gelo della Bosnia. Dopo l'incendio al campo profughi di Lipa dello scorso dicembre circa 900 persone sono rimaste senza niente. E le abbondanti nevicate di questi giorni non hanno fatto che peggiorare delle condizioni già al limite. È caduta talmente tanta neve che anche per i volontari della Caritas e della Croce Rossa risulta difficile portare gli aiuti in quel che rimane del campo. Non c'è né acqua né elettricità, mancano i servizi igienici.

    Molti migranti hanno cercato riparo nei boschi circostanti e ora passano le giornate così, nella foresta a pochi chilometri dalla Croazia. Dall'Unione europea. La maggior parte di loro viene dall'Afghanistan, dal Pakistan o dal Bangladesh. Non hanno più nulla: hanno perso l'alloggio, non hanno i vestiti o le scarpe adeguate per affrontare l'inverno. Sono lasciati così, sotto gli occhi di Bruxelles e di tutti gli Stati membri, ad affrontare le notti in cui la temperatura crolla anche a venti gradi sotto lo zero.

    Il campo profughi di Lipa è chiuso ormai da settimane, ma nessuna soluzione è stata trovata per queste persone. Inizialmente, dopo l'incendio, i migranti avrebbero dovuto essere trasferiti in un ex caserma a Bradina, a Sud di Sarajevo. A causa delle proteste della popolazione locale, però, ciò non è accaduto. Si era allora deciso il trasferimento nel centro di accoglienza di Bira, che si trova sempre a Bihać (dove era stato costruito anche il campo profughi di Lipa). Si tratta di una struttura che ha ricevuto 3,5 milioni di euro di aiuti dall'Unione europea, ma che ancora non viene utilizzata. E anche in questo caso, di fronte al rifiuto delle autorità locali e dei residenti, i profughi sono rimasti senza un posto dove stare.

    I migranti sono quindi rimasti al freddo, lasciati in ciò che resta del campo profughi carbonizzato. "Senza un posto dove andare, circa 900 persone sono state costrette a rimanere a Lipa, dormendo all'aperto, in edifici abbandonati o nella foresta. Fa freddo ed è molto umido, ed è probabile che le condizioni meteo peggiorino ancora nelle prossime settimane. Le vite di molte centinaia di persone sono a repentaglio e i loro diritti umani fondamentali vengono calpestati", ha scritto l'Alto rappresentante per gli Affari Esteri dell’UE, Josep Borrell, in una nota.

    L'Unione europea continua a lanciare appelli alle autorità bosniache in modo da evitare una catastrofe umanitaria. Ma non basta e le condizioni in cui sono costrette a vivere queste persone, molte delle quali hanno iniziato uno sciopero della fame, rimangono terribili.

    E così, mentre le autorità continuano a rimbalzare responsabilità, nel cuore dell'Europa, lungo la rotta balcanica, quasi un migliaio di persone vive senza un rifugio nel pieno del rigidissimo inverno bosniaco. Non hanno un luogo riparato dove dormire: c'è chi è riuscito a montare una tenda in mezzo alla neve e al fango, chi dorme all'aperto, stendendo una coperta nel bosco. Alcuni sono scalzi, molti non hanno i vestiti adatti al gelo di queste settimane. Una tragedia umanitaria scoppiata da una situazione, quella del campo di Lipa, ma in generale quella di migliaia di migranti che percorrono la rotta lungo i Balcani, già di per sé estremamente precaria.

     

    Articolo: fanpage.it

    Promosso dalla  Fondazione  NILDE IOTTI  insieme alla Consigliera di Parità della Regione Umbria, nell’ambito delle celebrazioni per il Centenario della nascita di Nilde Iotti (1920-2020), VENERDI’ 15 Gennaio 2021 alle ore 17.30  si celebra un dibattito pubblico in diretta web sul tema: “IL MASCHILISMO È ANCORA OVUNQUE! Come donne e uomini possono camminare insieme per sconfiggere ogni  forma di discriminazione, di violenza e di stereotipo di genere”

     

    Sigue la diretta su: https://meet.starleaf.com/4409427249/browser

    Il Presidente Barbuto: aggressioni e intolleranza in aumento ovunque confermano mancanza di cultura del rispetto e dell’inclusione per i più fragili che mina libertà e sicurezza di tutti. Urgente una maggiore tutela per i non vedenti e più controlli. Garantire anche il diritto alla mobilità che tra barriere architettoniche, auto in sosta selvaggia e monopattini elettrici abbandonati ovunque, resta una chimera.

     

    L’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, l’associazione nazionale che rappresenta le istanze di circa 2 milioni di cittadini italiani ciechi e ipovedenti, chiede più tutela per i diritti delle persone con disabilità visiva e scende in campo dopo l’ennesimo episodio di intolleranza e violenza nei confronti di due non vedenti, l’ultimo pochi giorni fa in Via dei Platani nel quartiere romano di Centocelle.

    L’episodio da cui parte la dura condanna dell’UICI ha riguardato una coppia di residenti del quartiere romano, Alessandro Napoli e Sonia Gioia, offesi, minacciati e percossi da un automobilista malgrado avessero attraversato sulle strisce pedonali e fosse perfettamente riconoscibile il loro stato di disabilità. Nell’indifferenza generale la coppia è stata aggredita anche fisicamente e a poco servirà la denuncia verso ignoti esposta ai Carabinieri di zona.


    Come Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti esprimiamo tutta la nostra solidarietà e il nostro massimo sconcerto per l’ennesimo episodio di intolleranza nei confronti di persone con disabilità visiva – commenta il Presidente dell’UICI Mario BarbutoEpisodi di questo tipo, che da nord a sud registriamo in aumento, devono far riflettere e spingere tutti, istituzioni locali e nazionali in primis, a fare quadrato per riaffermare una cultura della convivenza civile e del rispetto dell’altro, che si trovi o meno in  una situazione di fragilità come in questo caso. E’ in gioco il diritto alla libertà e alla sicurezza di ciascuno di noi e ciascuno di noi deve sentirsi offeso da prevaricazioni e indifferenza. Anche se per un cieco o un ipovedente situazioni di questo tipo sono ancora più inaccettabili perché per loro già uscire di casa e muoversi anche su brevi tragitti è una sfida enorme. Basti pensare alle difficoltà che un non vedente può incontrare nel salire su un mezzo pubblico, nel destreggiarsi tra auto parcheggiate in modo irregolare e, ultimamente, tra monopattini elettrici abbandonati senza logica su strade e marciapiedi, per non parlare delle tante barriere architettoniche che infestano le nostre città.  Chiediamo maggiori tutele e garanzie di quelli che dalla mobilità alla sicurezza personale restano diritti elementari

    RENDERE OBBLIGATORIA LA VACCINAZIONE? – Si, subito

    E L'ART. 32 COST. ? - Dice appunto che la salute è "interesse della collettività", spetta al legislatore difenderci tutti quanti noi, vecchi e giovani, donne e uomini, bianchi e neri

    UN VERO E PROPRIO T.S.O. INSOMMA, PER TUTTI? – Sì, secondo me

    NON SOLO GLI OSPITI DELLE CASE DI RIPOSO? – No, tutti quanti gli italiani, tutti quelli che vivono in Italia, bambini compresi, perché possono contagiare i nonni, i professori, le zie

    NON CI SI PUO’  MAI OPPORRE? – Mai, tranne il caso di comprovate allergie, di autentiche idiosincrasie fisiche

    PERCHÉ IL GOVERNO/LEGISLATOR NON L’HA FATTO ANCORA? – Prudenza eccessiva, dissensi interni, mancanza di coraggio normativo (di “palle”),  tatticismo, malintesi garantismi, Conte ha lasciato comunque capire che se proprio occorre si farà

    E OCCORRE PROPRIO, GIÀ OGGI? – Si, sì  -- doppio, come vuole la Bibbia

    PERCHÉ? – Per non soccombere  tutti quanti, per non estinguerci come razza italiana (ammesso che ne valga la pena), il Covid lascia tracce negative anche presso  chi guarisce

    IL PROVVEDIMENTO GOVERNATIVO ATTUALE, PER LE RSA, ART. 5., COL SANITARIO ADS EX LEGE? – Tanto vale parlare di TSO, ripeto, si evitano assurde complicazioni, lungaggini, Speranza ha sbagliato a voler fare  da solo, a non consultare il Ministero della Giustizia, oltre tutto ha fatto un testo che fa venire il mal di testa, pessimo  linguisticamente,  anche con la lente di ingrandimento

    IL DISSENSO DELL’INTERESSATO, IL RICORSO AL GIUDICE TUTELARE? – Con 60 milioni di  italiani (di cui un  quarto protesterà …)  quel reclamo diventa una buffonata legislativa, una scelta ridicola, una presa in giro, il collasso sicuro degli uffici

    STATO DI NECESSITÀ, ART. 54 COD.PEN. ? – Esatto, tenendo condo che la pericolosità  dell'interessato da rintuzzare-debellare è in questo caso non solo quelle nei propri confronti personali, ma anche nei confronti degli altri: dovere di solidarietà

    E I MEDICI CHE HANNO PAURA DI PROCEDERE, PER L’EVENTUALE RESPONSABILITÀ, DANDO IL CONSENSO COME ADS, RIGUARDO AL  CASO IN CUI IL VACCINATO AVESSE DEI  DISTURBI? – Ripeto, gli idiosincratici comprovati hanno diritto di opporsi, unici in Italia, per tutto il resto non ci sarà alcuna responsabilità civile possibile per chi vaccina, l’art. 2236  c.c. sancisce già l’irresponsabilità del medico, salvo il caso di dolo o colpa grave, nei casi molto complicati, e qui ci siamo, forse non ci sarà neppure colpa lieve.

    La Biblioteca Braidense inaugura Tempi Terribili – libri belli, una nuova mostra che celebra i libri d'artista e l'importanza dell'infanzia testimoniata dai libri sovietici per bambini della collezione Adler appena acquisita.

    Una mostra in cui l'infanzia, i bambini, gli artisti e i libri sono protagonisti per creare un futuro migliore.

    Allora, negli anni turbolenti che seguirono la rivoluzione russa e la conseguente guerra civile - come oggi, dobbiamo guardare agli artisti e ai bambini per guidarci attraverso le incertezze che affrontiamo ogni giorno.

    L’invito ad agire in fretta e la richiesta di un piano per l’apertura immediata di edifici e stabili di pronto utilizzo, del Comune o dello Stato, nonché di alberghi e strutture attualmente chiuse per il Covid-19

    Sono otto le persone senza fissa dimora morte in strada a Roma dall'inizio di novembre. L'ultimo clochard è morto ieri a Ostia, mentre qualche giorno prima a morire è stato Mario, un uomo di 58 anni, deceduto proprio davanti l'ingresso di un albergo chiuso per il covid. Una situazione, denuncia la comunità di Sant'Egidio, inaccettabile per la capitale d'Italia. Per questo la comunità chiede alle istituzioni di eliminare le lungaggini burocratiche e fornire una soluzione concreta al problema, magari aprendo ai senza fissa dimora le strutture ricettive ora chiuse causa covid, dando in cambio un indennizzo ai proprietari. "L’inverno, quest’anno, arriva nel cuore di una pandemia non risolta che ha aggravato la condizione di chi vive per strada accentuandone l'isolamento – scrive la comunità di Sant'Egidio nel suo appello – Di fronte al freddo – che certamente, in questa stagione, non può considerarsi un’eccezione – occorre agire in fretta scavalcando l’ordinaria, colpevole, burocrazia che dispensa gli aiuti con il contagocce".

    Sono 3mila i clochard che passano la notte in strada

    Sono 800, secondo i dati forniti dalla comunità di Sant'Egidio, i posti letto offerti durante l'anno dal comune di Roma per le persone senza fissa dimora. Per l'inverno, ne sono stati aggiunti solo alcune decine in più, mentre "la Comunità, la Caritas e le altre associazioni accolgono complessivamente 1.700 persone, cioè il doppio". Le persone ancora in strada, sono circa 3mila. "Sant’Egidio chiede alle istituzioni – con un piano coordinato dalla prefettura – la disponibilità immediata di edifici e stabili di pronto utilizzo, del Comune o dello Stato, nonché di alberghi e altre strutture attualmente chiuse per il Covid-19 – anche con la messa disposizione di appositi contributi per i proprietari – e, più in generale, una sinergia con la società civile che in questi mesi ha mostrato generosità negli aiuti a chi è più fragile".

     

    Articolo: di Natascia Grbic per fanpage.it

    L’invito ad agire in fretta e la richiesta di un piano per l’apertura immediata di edifici e stabili di pronto utilizzo, del Comune o dello Stato, nonché di alberghi e strutture attualmente chiuse per il Covid-19

    Sono otto le persone senza fissa dimora morte in strada a Roma dall'inizio di novembre. L'ultimo clochard è morto ieri a Ostia, mentre qualche giorno prima a morire è stato Mario, un uomo di 58 anni, deceduto proprio davanti l'ingresso di un albergo chiuso per il covid. Una situazione, denuncia la comunità di Sant'Egidio, inaccettabile per la capitale d'Italia. Per questo la comunità chiede alle istituzioni di eliminare le lungaggini burocratiche e fornire una soluzione concreta al problema, magari aprendo ai senza fissa dimora le strutture ricettive ora chiuse causa covid, dando in cambio un indennizzo ai proprietari. "L’inverno, quest’anno, arriva nel cuore di una pandemia non risolta che ha aggravato la condizione di chi vive per strada accentuandone l'isolamento – scrive la comunità di Sant'Egidio nel suo appello – Di fronte al freddo – che certamente, in questa stagione, non può considerarsi un’eccezione – occorre agire in fretta scavalcando l’ordinaria, colpevole, burocrazia che dispensa gli aiuti con il contagocce".

    Sono 3mila i clochard che passano la notte in strada

    Sono 800, secondo i dati forniti dalla comunità di Sant'Egidio, i posti letto offerti durante l'anno dal comune di Roma per le persone senza fissa dimora. Per l'inverno, ne sono stati aggiunti solo alcune decine in più, mentre "la Comunità, la Caritas e le altre associazioni accolgono complessivamente 1.700 persone, cioè il doppio". Le persone ancora in strada, sono circa 3mila. "Sant’Egidio chiede alle istituzioni – con un piano coordinato dalla prefettura – la disponibilità immediata di edifici e stabili di pronto utilizzo, del Comune o dello Stato, nonché di alberghi e altre strutture attualmente chiuse per il Covid-19 – anche con la messa disposizione di appositi contributi per i proprietari – e, più in generale, una sinergia con la società civile che in questi mesi ha mostrato generosità negli aiuti a chi è più fragile".

    A trent'anni dalla morte dello scrittore siciliano, il libro di Valter Vecellio propone riflessioni” sullo Sciascia “civile”, più propriamente “politico”. Lo Sciascia che quasi sempre si tende a rimuovere, ignorare: le posizioni pubbliche di Sciascia, sempre composte, mai sguaiate o volgari, erano (anzi: sono) sempre scomode al potere, ai poteri.

    L’intellettuale, scriveva Nicola Chiaromonte, «Non rappresenta nulla se non rappresenta l’individuo e la sua libertà, se non mantiene a qualun- que costo il principio stesso dell’individualità, il diritto al dubbio e alla critica, il senso del vero e del falso, il rifiuto delle menzogne inutili. In questo, la sua funzione è eminentemente sociale, solidale dei diritti di ognuno, e dei più umili: cioè dei più silenziosi e più facilmente ingannabili…». Ecco: questo è stato Leonardo Sciascia: con i suoi libri e i suoi interventi, il suo essere, il suo “fare”. Per primo, e praticamente da solo, ha saputo immortalare l’aberrazione mafiosa nella nostra letteratura e nella nostra vita civile. Ha ammonito che la legge, che la sua certezza, la certezza delle regole, l’uguaglianza di tutti, di fronte alla legge, è quanto va opposto all’“emergenza” del male, “politica” o criminale che sia.

    Un Diderot siciliano che applica la ragione: più propriamente l’anticon- formismo della ragione, con lo scetticismo e insieme la partecipazione di chi osserva e sa vedere; e costantemente dedica la sua attenzione e intransigenza alle istituzioni, la sua pietà alle persone. La Giustizia come “ossessione”, impegnato in una quotidiana azione di “rottura”: di questa specie di patto tra la stupidità e la violenza che si manifesta nelle cose italiane; dell’equivalenza tra il potere, la scienza, e la morte che sembra stia per stabilirsi nel mondo.

    In questo libro si parla di uno Sciascia politico, che consapevolmente “confonde” etica e politica. Uno Sciascia che non per caso si ignora e si cerca di occultare.

    Questa seconda edizione è stata arricchita con interviste e testimonianze della figlia di Leonardo Sciascia, Annamaria e dei nipoti Fabrizio e Vito Catalano; dell’amico di sempre Stefano Villardo, dello scultore Maurilio Catalano, del giornalista e scrittore Matteo Collura, di Emanuele Macaluso, e di Giampiero Mughini.

    Edith Bruck torna al genere autobiografico affidando alle pagine di questo intenso e sofferto memoir i ricordi di una vita intera. Dalla truce esperienza dei lager fino a giungere ai giorni nostri, con una serie di preziosissime riflessioni sui pericoli dellattuale ondata xenofoba, ma anche con una serie di quadri commoventi, in cui le esperienze della vecchiaia assumono i toni sfumati di un dolce ricordo dinfanzia.

    Per non dimenticare e per non far dimenticare, Edith Bruck, a sessant’anni dal suo primo libro, sorvola sulle ali della memoria eterna i propri passi, scalza e felice con poco come durante l’infanzia, con zoccoli di legno per le quattro stagioni, sul suolo della Polonia di Auschwitz e nella Germania seminata di campi di concentramento.
    Miracolosamente sopravvissuta con il sostegno della sorella più grande Judit, ricomincia l’odissea. Il tentativo di vivere, ma dove, come, con chi? Dietro di sé vite bruciate, comprese quelle dei genitori, davanti a sé macerie reali ed emotive. Il mondo le appare estraneo, l’accoglienza e l’ascolto pari a zero, e decide di fuggire verso un altrove. Che fare con la propria salvezza?
    Bruck racconta la sensazione di estraneità rispetto ai suoi stessi familiari che non hanno fatto esperienza del lager, il tentativo di insediarsi in Israele e lì di inventarsi una vita tutta nuova, le fughe, le tournée in giro per l’Europa al seguito di un corpo di ballo composto di esuli, l’approdo in Italia e la direzione di un centro estetico frequentato dalla “Roma bene” degli anni Cinquanta, infine l’incontro fondamentale con il compagno di una vita, il poeta e regista Nelo Risi, un sodalizio artistico e sentimentale che durerà oltre sessant’anni.
    Fino a giungere all’oggi, a una serie di riflessioni preziosissime sui pericoli dell’attuale ondata xenofoba, e a una spiazzante lettera finale a Dio, in cui Bruck mostra senza reticenze i suoi dubbi, le sue speranze e il suo desiderio ancora intatto di tramandare alle generazioni future un capitolo di storia del Novecento da raccontare ancora e ancora.

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