In questo 2020 turbolento anche il buco dell’ozono fa uno sbalzo di espansione raggiungendo la sua massima ampiezza e profondità, questo è quello che emerge dalle analisi condotte dagli scienziati del Copernicus Climate Change Service (C3S), insieme al Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio raggio della Commissione Europea. Il monitoraggio ha evidenziato un’importante espansione verificatasi dalla metà di agosto fino ai primi di ottobre, la quale ha ricoperto gran parte del continente antartico. “Il modo in cui si sviluppano cambiamenti nel buco dell’ozono ogni anno è molto variabile. Il buco dell’ozono del 2020 assomiglia a quello del 2018, il quale era anch’esso abbastanza grande e tra i primi della classifica degli ultimi 15 anni, spiega Vincent-Henry Peuch, direttore di Copernicus Atmosphere Monitoring Service (Cams). “Con i raggi del sole che sono tornati verso il Polo Sud nelle ultime settimane, abbiamo assistito a una continua riduzione dell’ozono nell’area”.

    Come affermato dallo scienziato, l’estensione del buco dell’ozono è molto variabile di anno in anno, nel 2019 ebbe una breve durata e un’estensione molto ridotta, ma nel 2020 è stato l’esatto opposto; per questo motivo Peuch ci tiene a mantenere alta la guardia e continuare a seguire le direttive del Protocollo di Montréal che vietano le emissioni di sostanze chimiche che riducono lo strato di ozono. Quest’ultimo funge da barriera protettiva alle radiazioni ultraviolette, ma meno ozono è presente nell’aria più il buco si espande. In Antartide le concentrazioni di ozono a 20-25 chilometri di altezza si sono ridotte prossimamente allo zero ed è stata riscontrata una profondità
    dello strato di ozono appena inferiore a 100 unità Dobson, ovvero un terzo del suo valore medio. “Cams monitora continuamente il buco dell’ozono per fornire informazioni sulla sua estensione e grandezza ogni anno quando esso si sviluppa e si rigenera – aggiunge Peuch – Stiamo fornendo previsioni sulle concentrazioni di ozono stratosferico fino a cinque giorni in anticipo. Monitoriamo anche la quantità di radiazioni UV che raggiungono la superficie terrestre e che dipendono anche
    dalle nuvole e dagli aerosol nell’atmosfera”.

    https://public.wmo.int/en/media/news/2020-antarctic-ozone-hole-large-and-deep

    A cura di Simone Riga

    L’agenzia statunitense Bloomberg ha avuto accesso a dei documenti interni della società petrolifera Exxon Mobil che rivelano un piano strategico di aumento dell’estrazione del greggio che causerebbe il 17% in più di emissioni di CO2. Il rilancio raddoppierebbe le entrate entro il 2025 a fronte di un investimento di 210 miliardi di dollari; non proprio una strategia in linea con quello che chiede ora la comunità internazionale circa una transizione ecologica che coinvolga tutti gli attori della società civile. La crescita dell’estrazione incrementerebbe i barili di greggio a un milione al giorno provocando emissioni di anidride carbonica pari a 21 milioni di tonnellate l’anno, per un totale annuale, andando a sommare l’estrazione odierna, di 143 milioni di tonnellate di CO2.

    Nonostante l’azienda non fornisca un quadro completo delle emissioni rilasciate, Bloomberg ha stimato che nel solo 2019 queste si sono aggirate sulle 528 milioni di tonnellate. Si tratterebbe del quintuplo delle emissioni stimate dall’azienda che non ha tenuto conto, magari per scelta, dei gas serra rilasciati indirettamente.
    Tra gli altri piani della Exxon Mobil c’è lo sviluppo dello shale oil nel Bacino Permiano (tra il Texas e il Nuovo Messico), trattasi di un metodo di estrazione assai inquinante; e, fuori dai confini, la produzione nei mari del Brasile e Guyana, fino ad arrivare all’estrazione di gas naturale in Mozambico e Papua Nuova Guinea.
    “Una valutazione iniziale che non include ulteriori misure di mitigazione e diminuzione (delle emissioni) che sarebbero state considerate nella fase successiva del processo”, ha dichiarato la Exxon Mobil. Fatto sta, che resta difficile da comprendere come si possano abbassare le emissioni se i piani strategici mirino ad aumentarle.

    https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-10-05/exxon-carbon-emissions-and-climate-leaked-plans-reveal-rising-co2-output

    A cura di Simone Riga

    Il Senato ha approvato l’emendamento che consente alle aziende la produzione di bottiglie composte al 100% di plastica riciclata. Una misura che permette dunque di superare il limite del 50% che era stato imposto dal decreto n.134 del 20 settembre 2013. Finalmente, forse con troppo ritardo, l’Italia comincia a muovere i primi passi verso un futuro sostenibile, ma dovrà correre ed impegnarsi, e fare dei passi ben più grandi, se vorrà realmente centrare l’obiettivo della neutralità climatica annunciato da Ursula von der Leyen entro il 2050.

    “Eliminare questo limite – spiega Raffaella Giugni, responsabile delle relazioni istituzionali di Marevivo – è un grande risultato per l’Italia nell’ottica di un percorso verso la sostenibilità che, oggi più che mai, è indispensabile e necessario per la salvaguardia dell’ambiente e del mare e per il raggiungimento degli obiettivi del Green New Deal”.
    Il decreto ora dovrà essere approvato da entrambe le Camere. Si tratterà di una formalità? Forse si, visto che il Paese si adeguerebbe agli standard europei di economia circolare concernenti il riciclo totale dei materiali nel processo di produzione delle bottiglie. Tale provvedimento farebbe calare del 70% le emissioni di anidride carbonica se paragonato ad una produzione con materiali vergini. E oltretutto si risparmierebbe il 30% dell’energia. Quasi impossibile dire di no ad un decreto che consentirebbe di risparmiare in costi e tutelerebbe al tempo stesso sia l’ambiente che la salute. Non si sarebbe potuto fare prima? Viene da pensare. Concentrandosi sul bicchiere mezzo pieno verrebbe da dire: meglio tardi che mai.

    https://marevivo.it/blue-news/approvato-lemendamento-che-elimina-il-limite-del-50-di-plastica-riciclata-per-le-bottiglie/

    A cura di Simone Riga

    Legambiente ha presentato il rapporto Mal’aria edizione speciale con le relative pagelle di 97 città italiane riguardo l’inquinamento atmosferico. I voti sono stati dati sulla base di un confronto dei dati raccolti negli ultimi cinque anni (2014-2018) delle concentrazioni di polveri sottili (Pm10, Pm 2,5) e del biossido di azoto (NO2) e i relativi limiti annui suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): 20µg/mc per il Pm10; 10 µg/mc per il Pm2,5; 40 µg/mc per il NO2.

    Dal confronto che è stato effettuato è emersa una situazione preoccupante in cui l’85% delle città italiane non riesce a raggiungere la sufficienza, e solo il restante 15% prende dal sei in su. Le quindici città che superano la sufficienza sono: Sassari (voto 9), Macerata (8), Enna, Campobasso, Catanzaro, Grosseto, Nuoro, Verbania e Viterbo (7), L’Aquila, Aosta, Belluno, Bolzano, Gorizia e Trapani (6). Tali città hanno saputo rispettare per buona parte degli anni presi in considerazione i limiti suggeriti dall’OMS; tuttavia, va precisato che i monitoraggi non sono stati effettuati con continuità. E Legambiente ha evidenziato la necessità che vengano svolti con assidua periodicità in qualsiasi città.

    Invece, le città che hanno preso il punteggio più basso, ovvero con voto zero, sono state Torino, Roma, Palermo, Milano e Como, dato che non hanno mai rispettato i limiti previsti dall’OMS per la tutela della salute. In piena pandemia Covid-19, il rapporto Mal’aria preme sulla necessità di un cambiamento radicale delle città e la direzione che dovremmo intraprendere affinché queste diventino dei luoghi salubri per i cittadini. Ogni anno l’inquinamento atmosferico causa 60mila morti premature in Italia. Ai decessi si vanno ad aggiungere anche gli alti costi sostenuti dalla sanità. Uno stato attuale che non è più accettabile nella “società dell’informazione”.

    “Per tutelare la salute delle persone – dichiara Giorgio Zampetti, Direttore Generale di Legambiente – bisogna avere coraggio e coerenza definendo le priorità da affrontare e finanziare. Le città sono al centro di questa sfida, servono interventi infrastrutturali da mettere in campo per aumentare la qualità della vita di milioni di pendolari e migliorare la qualità dell’aria, puntando sempre di più su una mobilità sostenibile e dando un’alternativa al trasporto privato. Inoltre serve una politica diversa che non pensi solo ai blocchi del traffico e alle deboli e sporadiche misure anti-smog che sono solo interventi palliativi. Il governo italiano, grazie al Recovery Fund, ha un’occasione irripetibile per modernizzare davvero il Paese, scegliendo la strada della lotta alla crisi climatica e della riconversione ecologica dell’economia italiana. Non perda questa importante occasione e riparta dalle città incentivando l’utilizzo dei mezzi pubblici, potenziando la rete dello sharing mobility e raddoppiando le piste ciclopedonali. Siamo convinti, infatti, che la mobilità elettrica, condivisa, ciclopedonale e multimodale sia l’unica vera e concreta possibilità per tornare a muoverci più liberi e sicuri dopo la crisi Covid-19, senza trascurare il rilancio economico del Paese”.

    Alla fine del rapporto sono state avanzate varie ipotesi a carattere d’urgenza per mitigare l’inquinamento atmosferico nelle città, tra queste soluzioni si trova la mobilità urbana condivisa e sostenibile, attuabile attraverso il potenziamento dello sharing mobility e il raddoppiamento dei chilometri delle piste ciclabili. Queste misure andrebbero ad integrarsi con l’incentivazione già introdotta nel campo della mobilità elettrica. “Misure preventive, efficaci, strutturate e durature”; con l’augurio che davvero i fondi del Next Generation Eu saranno usati per una vera, e concreta, transizione ecologica del Paese.

    https://www.legambiente.it/smog-in-citta-ecco-i-dati-di-malaria-edizione-speciale/

    A cura di Simone Riga

    Una simulazione recentemente pubblicata sulla rivista Nature, coordinata da Jason Briner dell’Università di Buffalo, ha constatato come la Groenlandia rischierà di perdere i suoi ghiacciai ad un ritmo talmente elevato da non essere mai stato registrato in 12mila anni della sua storia. Che siano le emissioni di gas serra la causa principale è ovvio. “Abbiamo alterato il nostro pianeta così tanto che i tassi di scioglimento della calotta glaciale in questo secolo hanno un ritmo maggiore di qualsiasi cosa accaduta sotto la variabilità naturale della calotta glaciale negli ultimi 12.000 anni”, afferma Briner.

    L’analisi si è concentrata sullo studio delle carote di ghiaccio, le quali hanno fornito i dati sulle precipitazioni e la temperatura degli ultimi 12mila anni offrendo, inoltre, una prospettiva sullo scenario futuro tenendo conto delle registrazioni delle emissioni di gas serra effettuate dal Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (Ipcc). “Se il mondo segue una massiccia dieta energetica - osserva Briner - il nostro modello prevede che il tasso di perdita di ghiaccio della Groenlandia in questo secolo sarà solo leggermente superiore a quello sperimentato negli ultimi 12.000 anni”. Tuttavia, prosegue “la cosa più preoccupante, è che in uno scenario ad alte emissioni il tasso di perdita di ghiaccio potrebbe essere circa quattro volte quello sperimentato negli ultimi 12.000 anni”.

    Per gli studiosi l’unico modo che si ha per scongiurare il peggio è di abbassare decisamente le emissioni di gas serra evitando da una parte lo scioglimento della calotta glaciale, e dall’altra l’innalzamento del livello del mare. “Abbiamo migliorato significativamente la nostra comprensione di come sarà il futuro cambiamento in Groenlandia”, riferisce Joshua Cuzzone, dell'Università della California a Irvine e del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa, uno degli autori della ricerca.
    Dallo studio è emerso che la Groenlandia ha perso grosse quantità di ghiaccio tra i 10mila e i 7mila anni fa sciogliendosi ad un ritmo di 6mila miliardi di tonnellate per secolo. Le previsioni per il 2100, in caso di basse emissioni di gas serra, prevedono una perdita pari a 8.800 miliardi di tonnellate; ma in caso di alte emissioni questa cifra salirebbe a 35.900 miliardi di tonnellate.

    https://www.nature.com/articles/d41586-020-02700-y

    A cura di Simone Riga

    Il primo giorno di scuola è un po’ come l’inizio di una nuova era. Ogni anno il rientro può essere, per chi più per chi meno, estremamente traumatico: io quest’anno ero terrorizzata. Il liceo è un’ambiente che tutto sommato mi piace, se da una parte ero contenta di rivedere i miei compagni e riprendere la solita routine, dall’altra il fatto di non sapere come si sarebbe evoluta la situazione - questo è un anno molto particolare per ovvi motivi - mi metteva non poca ansia. Nessuno aveva la più pallida idea di come avremmo fatto: banchi con le rotelle? Mascherine anche quando si è seduti al proprio posto? Compagno di banco o no? E così via con altri mille quesiti di cui non si è saputa la risposta fino all’ultimo. Così fra incertezze e ansie da parte di noi studenti e sicuramente anche da parte del corpo insegnanti anche quest’anno, per me il 14 settembre la scuola è ricominciata. Ciò che caratterizza le prime settimane di scuola a Milano - e non solo - è il caldo infernale, probabilmente se si poggiasse un uovo su un qualsiasi banco in una qualsiasi scuola milanese, questo, senza ombra di dubbio si cuocerebbe. Fortunatamente nella mia scuola, a differenza di molte altre, non sono così rigidi per quanto riguarda l’abbigliamento: nei limiti del decoro, minigonne, canotte e pantaloncini sono permessi. Forse hanno finalmente capivo che anche noi con 35 gradi all’ombra soffriamo il caldo. Ma ecco che sorge un altro inaspettato problema: la via per arrivare a scuola chiusa per lavori fino al giugno 2021! Il fatto è che io odio, odio e’ l’unica parola appropriata, arrivare in ritardo. Se qualcuno non rispetta l’orario e arriva in ritardo non mi fa ne’ caldo ne’ freddo, anzi tendo a scusate e a comprenderne le motivazioni, ma non tollero il mio di ritardo. Inutile dire che il primo giorno di scuola, un po’ agitata per il rientro e un po’ frastornata dal caldo, scoprire all’ultimo che la strada fosse chiusa, mi ha alquanto innervosita per non scrivere di peggio. Come una pazza alle 8 di mattina di lunedì 14 settembre con una borsa piena di libri che pesava più di me, ho sfrecciato con la mia carrozzina per tutta la via - chiusa per lavori - con l’unico disperato intento di arrivare per tempo. Grondante di sudore, ma con il trucco - ci terrei ad sottolineare - intatto anche sotto la mascherina, sono entrata a scuola a velocità smodata per raggiungere la mia amata/odiata classe e iniziare questo nuovo e bizzarro anno scolastico. 
    PS il fatto che la via sia chiusa per lavori, non è più un problema ora anzi, ‘camminare’, sempre che così possa dire, da sola ascoltando la mia musica a volume improbabile, mi calma, cosa rarissima, e rappresenta l’inizio ideale di una lunga giornata scolastica. 

    Una bambina di 6 anni, dalle lunghe trecce castane, aspettava la domenica per tirare fuori dal cassetto la sciarpa lavorata a maglia con i colori della squadra del cuore. Accarezzava la sciarpa come il vento d’autunno in una giornata in cui il sole fatica a uscire dalla nuvola, che lo vuole nascondere. “Corri, Gaia, prendi la sciarpa ed andiamo. Se facciamo presto, riusciamo a vedere gli ultimi 15 minuti della partita perché aprono i cancelli”. Ricordo la corsa felice sul viale dei Mille per raggiungere lo stadio “Artemio” Franchi di Firenze. Da quel giorno, sono passati anni. Macinati come i chilometri che la vita ti porta a percorrere. Fu nonna Lina a portarmi per la prima volta in uno stadio. Colori, canti e abbracci ne erano la cornice. Dal passato come un nastro che si avvolge verso il presente con il calcio declinato al sociale. “I nonni sono un tesoro”: le parole di Papa Francesco sono adottate dalla Lega Pro. La Lega Pro e i suoi club, infatti, dedicano ai nonni, per la seconda stagione consecutiva, il turno di campionato in programma dal 3 al 5 ottobre. “E’ il nostro modo per dire grazie ai nonni - spiega Francesco Ghirelli, Presidente Lega Pro- in particolare, nel giorno della loro festa nazionale, che cade il 2 ottobre prossimo.  Sono punti di riferimento e certezze nella vita e svolgono un’importante funzione sociale. I nonni sono testimonianze di passione e storia, e spesso, sono coloro che avvicinano i nipotini al calcio”.

    Gaia Simonetti

    È cominciato il 1° ottobre il Festival CinemAmbiente 2020 che si concluderà domenica 4; da oltre vent’anni la manifestazione è impegnata nella promozione della cultura ambientale. La 23sima edizione sta proiettando 65 tra lungo, medio e cortometraggi giunti da 26 Paesi. L’evento è oltretutto teatro di incontri e dialoghi con numerosi produttori ed esperti; il tutto si può seguire comodamente da casa. Difatti, in questa speciale edizione, oltre alla possibilità di seguire in diretta streaming i dibattiti in sala, la piattaforma MYmovies mette a disposizione fino a 1.000 posti per ciascuna proiezione. Per chi risiede a Torino, e ci tiene a partecipare al Festival in persona, può recarsi al Cinema Massimo – Museo Nazionale del Cinema.

    La rassegna verte su temi molto attuali legati all’ambiente, dei quali se ne parla sempre più spesso nel dibattito pubblico: l’inquinamento, i cambiamenti climatici, i rifiuti, la tutela dell’ambiente e degli animali, le nuove tecnologie e l’impatto di esse sulla natura. L’associazione CinemAmbiente porta avanti anche altri due progetti: il CinemAmbiente Tour e il CinemAmbiente TV; il primo porta in giro per l’Italia le proiezioni, mentre il secondo, unico nel suo genere, mette a disposizione delle scuole una piattaforma alla quale accedere per guardare le proiezioni che si desiderano mostrare agli studenti in base alla loro età. Un’iniziativa davvero speciale di cui dovrebbero approfittare gli insegnanti per aiutare i bambini e i ragazzi a comprendere meglio l’ambiente e la sua relazione con l’uomo e le attività umane.

    https://cinemambiente.it/

    A cura di Simone Riga

    Il Ministro della Transizione ecologica, Barbara Pompili, ha annunciato che presto saranno vietati gli animali selvatici nei circhi itineranti e negli acquari, e sarà oltretutto interrotto l’allevamento di visoni d’America. “Un importante punto di svolta per gli animali selvatici nella nostra società […] È ora che il nostro fascino ancestrale per queste creature selvagge non si traduca più in situazioni in cui la loro prigionia sia favorita rispetto al loro benessere”, ha affermato il Ministro. Si tratta di un provvedimento che concede un progressivo benessere alle specie animali, costrette in gabbie, nel caso dei circhi itineranti, e in vasche, che non sono i loro habitat naturali pur se si tenta di edificarlo, nel caso degli acquari.

    L’annuncio è stato dato in vista della prima conferenza dell’Onu sulla biodiversità; un segnale, quello lanciato dalla Francia, che intende fare da apripista per le politiche a favore del benessere degli animali. In Europa, la stragrande maggioranza di circhi detiene animali e questi si concentrano soprattutto in Italia, Francia e Spagna; una cultura, quella circense, che ha sempre visto gli animali al centro dell’intrattenimento per lo spettatore, ma la maggiore sensibilizzazione, e principalmente una più diffusa conoscenza del mondo animale, ha cominciato a cambiare la visione delle persone. Il progresso richiede cambiamenti, dei cambiamenti che devono avvenire in ogni settore della società, in questo caso si chiede all’universo circense di progredire. Tuttavia, si tratta di una misura rivolta ai soli circhi itineranti che contano all’incirca 500 animali selvatici, quali, si suppone, rientreranno nei loro habitat dopo un graduale ambientamento. Un ulteriore provvedimento, invece, proibirà la riproduzione e l’introduzione di orche e delfini nei tre acquari del Paese che accolgono queste specie marine. Pompili ha annunciato, inoltre, che entro cinque anni si porrà fine anche all’allevamento di visoni d’America, dai quali si ricavano le pellicce.
    In virtù di questi provvedimenti, per i quali ancora non è stata fissata una data di applicazione, saranno stanziati otto milioni di euro per la riconversione dei circhi itineranti e per il personale degli acquari. Agli zoo che adotteranno delle iniziative a favore del benessere degli animali verranno destinati dei sussidi. Queste misure sembrano arrivare da politiche adottate, e a quanto pare con successo, a Parigi, quale vietò nel novembre 2019 gli spettacoli itineranti con animali. La notizia ha immediatamente sollevato la richiesta, da parte della Lega anti vivisezioni (Lav), per l’introduzione degli stessi provvedimenti: “E in Italia quando? Presidente Giuseppe Conte, ministri Sergio Costa, Roberto Speranza, Dario Franceschini noi le nostre proposte ve le abbiamo già presentate”. Si spera che anche noi seguiremmo presto le orme della Francia, magari osando ancor di più.

    https://www.nouvelobs.com/societe/20200929.OBS34025/les-animaux-sauvages-dans-les-cirques-itinerants-vont-progressivement-etre-interdits-en-france.html

    https://www.lav.it/news/francia-no-allev-pellicce-e-animali-circhi

    A cura di Simone Riga

    Grazie alle recenti foto satellitari dell’Esa, Nasa e Usgs, gli scienziati hanno rilevato delle preoccupanti fratture nei ghiacciai dell’Antartide. Nello specifico, gli studiosi si sono concentrati sui ghiacciai di Pine Island e Thwaites nel mare di Amundsen, responsabili per il 5% dell’innalzamento del livello del mare globale. Lo scioglimento totale di questi due ghiacciai, che formano un’area grande quanto la Norvegia, provocherebbe un innalzamento del livello del mare pari a oltre un metro. “Per rivelare cosa stia realmente accadendo a Pine Island e Thwaites, abbiamo analizzato i dati di imaging da una serie di satelliti diversi”, afferma Stef Lhermitte della Delft University of Technology nei Paesi Bassi. Dalle immagini è stata accertata la presenza di crepacci, fratture e spaccature che fanno senza dubbio pensare che il ghiacciaio si stia deteriorando. “Attualmente, le piattaforme sono un po’ come un’auto lenta nel traffico: costringono qualsiasi cosa dietro di loro a rallentare. Una volta rimosse, il ghiaccio che si trova più all’interno accelererà, il che a sua volta farà salire il livello del mare ancora più velocemente”, spiega Lhermitte. Di crepacci di tale portata non se ne erano mai visti dal 1997 e, oltretutto, negli ultimi anni il processo di deterioramento è accelerato peggiorando ancor di più una situazione già critica.

    Il gruppo di ricercatori guidati da Lhermitte ha monitorato le aree danneggiate dal 1997 al 2019, un’analisi sull’evoluzione della piattaforma di ghiaccio e la velocità di movimento della stessa utilizzando i dati dell’Earth Explorer CryoSat dell'ESA, della missione spaziale Copernicus Sentilnel-1, del programma Landsat della Nasa/Usgs e lo strumento giapponese Aster collocato a bordo del satellite Terra della Nasa. Dalla ricerca è emersa una situazione preoccupante nel momento in cui hanno sviluppato una proiezione del potenziale impatto dei margini danneggiati del ghiacciaio.

    “Sappiamo che una quantità significativa di ghiaccio glaciale nell'Antartide occidentale è attualmente colpita dai cambiamenti climatici - infatti, uno studio recente ha rilevato che il 24% di questo ghiaccio sta rapidamente divenendo sottile e instabile. Questi nuovi risultati sottolineano quanto velocemente questo danno stia crescendo, e rivelano che i ghiacciai di Pine Island e Thwaites sono più vulnerabili che mai”, riferisce Mark Drinkwater, scienziato per le missioni dell’Esa.

    https://www.esa.int/Applications/Observing_the_Earth/Worsening_rifts_and_fractures_spotted_at_two_of_Antarctica_s_most_important_glaciers

    A cura di Simone Riga

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