Uno sguardo femminile su lockdown e pandemia – Maria Rita Cerimele

    Parlo con un amico mentre sorbiamo con piacere un caffè agli inizi di questo nuovo anno. Lui mi dice, tra l’altro: “Il tuo è proprio uno sguardo femminile sulla pandemia. La donna, molto più di noi (intendeva dire uomini)  è custode della speranza, ma custode attiva, di una speranza che non ha niente a che vedere con l’ultima dea.

    E poi quell’attenzione all’altro, quel prendersi cura, in ogni situazione, senza guardare ai massimi sistemi, aspettare chissà che cosa, ma così come si può!Io non mi sento capace. Voi, invece!!!”

    Può darsi sia vero, non so, di sicuro mi ha incoraggiata a mettere per iscritto quello di cui gli parlavo, pensieri e fatterelli legati al covid 19 che ha segnato così pesantemente l’anno appena concluso. E mi ha suggerito il titolo.

                                                                          

    Non sarà facile nei libri di storia -o nei social che eventualmente li sostituiranno-  rendere il clima che abbiamo vissuto nel 2020, o meglio, ahimè, che stiamo vivendo. La pandemia ne è la protagonista, in tutte le sue varie sfaccettature.

    La situazione inedita in cui ci siamo tutti improvvisamente trovati mi aveva spinta, da marzo in poi, a sentire per telefono con una certa frequenza amici e conoscenti, magari soli o particolarmente fragili per età, per un lutto arrivato improvviso, per la solitudine, la paura del domani, il dolore di non aver potuto dare nemmeno l’ultimo saluto a una persona amata. 

    Ho continuato a farlo e alcuni di loro mi hanno ricordato che durante il primo lockdown, mentre ci confrontavamo su quanto stavamo vivendo e sui possibili scenari futuri, 

    a un tratto ci eravamo posti una domanda, assolutamente non semplice: “Ma in me che cosa è cambiato?” 

    E’ stato importante ritornare a quelle risposte scavate dentro ognuno di noi.

    Personalmente  alcune sono rimaste in me indelebili. 

    Ho riscoperto il silenzio, nella sua eloquenza potente.

    Ho avvertito il dolore per la mancanza della corporeità nella comunicazione: un abbraccio, un bacio, la stretta di mano … 

    Ho approfondito il rapporto con Dio, al di là o forse grazie all’assenza di ogni liturgia per un lungo periodo. Come se la religione fosse “diminuita” nelle Chiese chiuse, ma la “fede” fosse aumentata.

    Ho contemplato e ascoltato le voci della natura che era rinata, tersa, in mille sfumature di colori, di melodie. Ho preso maggior coscienza, nel contrasto, di quanto poco siamo stati custodi del creato. Ho rinnovato il desiderio e l’impegno a  riprendermi la vita e a lavorare per lasciare a chi amo un mondo un po’più bello, un po’ più sano.

    Ho immaginato ripopolarsi i meravigliosi piccoli borghi della nostra Italia forniti di banda larga, di centri sanitari accessibili; il traffico, caotico frastornante inquinante,  ridotto all’essenziale e quasi soppiantato da tram e mezzi pubblici e privati elettrici o a metano.

    Mi sono incontrata -e scontrata- con eroismo e superficialità, condivisione e arroganza, compassione e cinismo. 

    Ho dovuto lottare contro la tentazione dello scoraggiamento e aiutare altri a farlo. 

    Ho avvertito sulla mia pelle la situazione disperata di tanti e  il pericolo - mi illudevo di esserne immune- di ripiegarmi in me stessa, nel mondo virtuale, ho cercato perciò di raddoppiare l’attenzione all’altro.

    Tornerà tutto come prima” ho sentito spesso dire. Perché “come prima” e non , almeno un po’, “meglio” di prima?

    Ho dato valore ai gesti e alle opportunità di ogni giorno, anzi di ogni attimo, unica dimensione temporale che possediamo. 

    A questo proposito, un piccolo episodio avvenuto nel mese di maggio. 

    Sono in fila per entrare al supermarket, insieme ad altre undici persone, tutte con la mascherina, tutte a distanza di circa due metri l’una dall’altra. 

    Passano venti minuti ma nessuno si spazientisce, molti continuano la loro vita virtuale, cellulare alla mano. Anche io ho la testa bassa e leggo messaggi, notizie. 

    A un certo punto mi vedo dall’esterno e mi prendo un colpo: occhiali neri, mascherina, cellulare … Sono praticamente senza volto. 

    Un NO imperioso mi esplode nel cuore prima ancora che nella mente.

    Ho cercato sempre di costruire rapporti, di intessere dialoghi, amicizie. E ora? Non posso lasciarmi cambiare dalla pandemia! Anzi! Devo fare di più e meglio, nei limiti di un possibile limitato, dettato dalle circostanze.

    Tolgo gli occhiali neri e mi guardo intorno cercando di mettere nello sguardo tutto il calore e la cordialità di cui sono capace. 

    Una signora (due posti dietro di me) sembra aspettare questo momento. Si lamenta un po’  “Non ce la faccio più, mi mancano i miei nipotini, le vicine! non posso neanche passare in Chiesa un attimo”. “Anch’ io -le dico-signora, sapesse quanto sento la mancanza di persone care, di realtà che davo per scontate! Eppure … ho fatto qualche scoperta nuova. Per esempio, che Dio mi parla più forte di prima, nella Scrittura, nella natura che sembra essere rinata, nell’amore che possiamo avere tra noi.

    E poi questa situazione mi sta aiutando a vivere diversamente e a gustare piccole cose quotidiane, che posso fare in casa, per le quali non avevo tempo. 

    Ieri ho sentito tre parenti con cui i rapporti si erano allentati; dopo un primo momento di imbarazzo ci siamo raccontati, eravamo felici! 

    Ho telefonato a una signora che vive da sola, non finiva di ringraziarmi.

    Sto provando ricette nuove.

    Mi affaccio al balcone e ci scambiamo notizie con gli amici del condominio, posso andare in farmacia a comprare medicine per uno di loro …”. 

    Si fa silenzio. 

    Questo è vero -interviene la giovane signora dietro di me che ha seguito attentamente tutta la conversazione- mi ci ritrovo un po’ anche io, ieri ho fatto la pasta in casa, le patatine fritte. Penso alla mia nonna, la gioia che ci dava il mangiare con lei la ‘sua’ pasta … Nei miei bambini ho visto la stessa gioia. E anche io come lei mi ritrovo a parlare con Dio qualche volta”.” 

    Un signore già un po’ avanti negli anni “Io purtroppo non ho un balcone, sono al piano terra ma mi 

    affaccio alla finestra, mi offro di fare la spesa, così incontro qualcuno, come oggi. 

    Avevo avuto una stretta al cuore. Non so cosa farei per contrastare le nuove povertà: spazi abitativi insufficienti, carenza di digitalizzazione. 

    Intanto posso sempre fare qualcosa, piccola, ma non insignificante.

    E poi? E se si protrae questa situazione?” Dice un giovane. Non ho una risposta, ma non voglio assolutamente perdere la speranza. 

    Quando è arrivato il mio turno, ci siamo salutati, tutti col sorriso nello sguardo. 

    E mi si rafforza la convinzione che possiamo ridisegnare il futuro, insieme.

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