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mercoledì, 28 Febbraio, 2024

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Carceri più umane e no all’ergastolo: le mie battaglie in nome di Pannella

Santi Consolo* su l’Unità del 7 gennaio 2024

Quando ero a capo dell’amministrazione penitenziaria, sentivo nel mio intimo di dover fare una revisione critica e, nel cercare di capire quale doveva essere il mio effettivo ruolo, veramente determinante è stato un incontro con Marco Pannella. Quando una volta venne a trovarmi l’ho aspettato giù all’ingresso perché volevo riservargli la dignità di un grande italiano, quella che si riserva alla massima carica dello Stato. Ed è stato forte: tutto quello che lui mi ha detto, tutto quello che mi sapeva comunicare con la luminosità dei suoi occhi, con la sua intelligenza.
E lì ho avuto una forte crisi interiore che si è radicata ancora di più. Ho ricambiato la visita andando alla sede del Partito radicale.
Cose semplici, cose che potevano essere scontate quelle che mi diceva, ma nel mio intimo determinavano un cambiamento enorme. E ricordo quel saluto prima di andare via. Mi portò davanti alla fotografia del Dalai Lama e mi cominciò a dare colpi di fronte sulla mia fronte. Io non capivo, pensavo: ma che sta succedendo? Lui mi abbracciava e mi diceva: incontro di intelligenze. E io pensavo, ma quale intelligenza? Io sono piccolo, lui è enorme, sta entrando veramente dentro la mia testa. Lui mi ha cambiato. Ho cercato di essere diverso anche nel mio ruolo di capo del dipartimento.
Una volta, feci una circolare che venne ridicolizzata sul cambiamento dei nomi delle cose carcerarie, di termini come “istituto penitenziario”. Dicevo: non parliamo più di istituto penitenziario, parliamo di casa, casa di reclusione, casa circondariale, perché deve essere la casa dove il personale anche quello di polizia penitenziaria lavora, dove la comunità penitenziaria tutta vive. Allora, se è una casa, tutti dobbiamo collaborare per migliorarla, per renderla più vivibile anche sotto il profilo dei sentimenti, delle relazioni interpersonali. In questo senso, erano importanti quei 700 progetti fatti in amministrazione diretta col lavoro dei detenuti.
Nel congresso del 2015 venni a Opera senza sentire prima i politici con una mia convinzione sul problema dell’ergastolo ostativo. Avevo messo in conto che tornando a Roma mi potevano dare il benservito e avrebbero fatto bene perché avrei dovuto consultarmi visto che ero stato nominato da loro. Trovai un grande alleato in Giovanni Maria Flick che era stato anche Ministro della Giustizia e Presidente della Corte costituzionale.
Ci ritrovammo sulla stessa posizione, entrambi avevamo cambiato idea e ci pronunciammo a favore dell’abolizione del “fine pena mai”. Dopo quel congresso, ho anche portato i detenuti ergastolani dal Papa. Si sono incontrati con Francesco e sono stati per 45 minuti a scherzare con lui, ad abbracciarlo, ad accarezzarlo. E ce ne siamo andati via tutti piangenti.
È stato l’avvio del superamento dell’ergastolo ostativo, soprattutto grazie al docufilm di Ambrogio Crespi, Spes contra spem-Liberi dentro, che ha avuto una forza dirompente. Allora, dissi che la Corte costituzionale aveva paura ad avere coraggio, una paura che ha continuato a manifestare anche in questi anni per la lentezza con la quale si è mossa, dopo la sentenza Viola della Corte europea dei diritti dell’uomo, e le decisioni che venivano rallentate a livello procedurale perché bisognava dare il tempo a un Parlamento che non si pronunziava. Infine, si è fatto il decreto, uno spiraglio di speranza si è aperto, perché l’ergastolo ostativo per legge non c’è più, anche se l’accessibilità ai benefici è quantomai difficoltosa.
Noi abbiamo ancora bisogno di cambiamenti che alimentino la speranza. Non potranno essere rapidi, ma bisogna cominciare ad avere dei segnali. Speravo tanto nel ministro Nordio che in passato ho apprezzato perché è stato un bravissimo magistrato che ha chiuso la sua carriera senza nemmeno diventare procuratore della Repubblica. Da un magistrato con tanta coerenza mi aspettavo di più. Dal ministro Nordio vorrei vedere delle riforme, quelle che chiedono con insistenza molti studiosi, e non “pacchetti sicurezza” che sono inaccettabili, provvedimenti come quello sulle “sommosse” in carcere. Quando ero magistrato di sorveglianza a fine anni 70, ogni qualvolta c’era il sentore di qualcosa, sono sempre andato negli istituti in prima persona a parlare. E con il dialogo si è subito risolto tutto. Non è con le grida manzoniane, con l’aggravamento delle pene che si previene il delitto. Ma con l’articolo 27 della Costituzione, cioè col trattamento che parte dal lavoro e dal ri conoscimento della dignità di ogni individuo che non perde mai per intera la propria libertà, dalla formazione e dall’acquisizione effettiva di abilità lavorative all’interno degli istituti che poi danno una speranza, una prospettiva di un lavoro onesto uscendo dal carcere. Queste sono le cose alle quali tutti noi aspiriamo.

* Presidente d’Onore di Nessuno tocchi Caino, sintesi dell’intervento al X Congresso

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