Da poche settimane in libreria, Contro tutte le paure (per i tipi de Il canneto editore, Genova) è l’esordio narrativo di Tonino Bettanini. Racconta di una telefonata imprevista a un numero che troppo pochi conoscono. E dello scompiglio che ne deriva nello staff di un ministro impegnato nella più sanguinosa delle guerre di mafia. Un suo collaboratore, Brando Costa, alla soglia dei cinquant’anni e fino a quel momento modello di ogni dedizione, subisce il fascino di una giovane voce femminile. Da un incontro al buio – uno scherzo o una trappola? – nasce così una storia sotto stretta osservazione: spionaggio e incoscienza bilanciano tenerezza e amore.
Un’avventura fino all’ultimo respiro, dentro il mondo della dedizione e del dovere. Sullo sfondo di una guerra cominciata proprio trent’anni fa da un campione della politica (Claudio Martelli) ed il campione della pubblica accusa (Giovanni Falcone): protagonisti di quella stagione che Bettanini definisce del “coraggio di Stato”. Per quanto l’autore avverta che i personaggi e gli avvenimenti descritti nel libro siano solo verosimili lo spirito di Falcone, del cui arrivo al ministero di Grazia e Giustizia proprio oggi (12 marzo) ricorre il 30mo anniversario, aleggia in molte parti di una storia d’amore che ne celebra l’intelligenza e la dedizione.
A cominciare dalla contrastata architettura giudiziaria con cui questo campione della pubblica accusa intenderà condurre la guerra alla mafia e che il libro così ci descrive, :”(…) se il nemico fonda il proprio obiettivo criminale sulla rete di un’organizzazione diffusa e capillare, non lo si può contrastare in ordine sparso. “Questo Stato si ostina a combattere in modo disorganizzato la criminalità organizzata”: era il monito di Giovanni. Si è cominciato dunque a rimodellare un servizio-giustizia ancora fondato sull’ideologia di un’attività investigativa del tutto indipendente. “Delle monadi!” – diceva Giovanni. E, sia pure a stento, è passata l’idea che la politica determini le priorità dell’attività investigativa, in modo solenne, con il voto del Parlamento: la politica in quanto espressione di una volontà popolare nel cui nome la giustizia è amministrata. Non parliamo poi di come poter contrastare un crimine diventato transnazionale con la logica di singoli avamposti autoreferenziali (senza collaborazione e cooperazione tra polizie e autorità giudiziaria). Come fare la guerra con le cerbottane”.
Il libro è anche un atto d’accusa contro quella parte di mondo giudiziario che non aveva esitato a delegittimare Falcone il quale – così sotto il velo di un racconto teso e romanzato ne scrive l’autore — : “(…) aveva attraversato quegli ultimi suoi mesi nella cupa amarezza dell’isolamento. Lui che mi aveva fatto fare quel comunicato contro i magistrati di Milano che lo avevano accusato di aver svenduto la sua indipendenza e di rallentare la strada delle rogatorie internazionali verso la Svizzera, Lugano e la procura sottocenerina ( così Giovanni, con pignoleria geografica, era ricorso ad un aggettivo famigliare solo a quanti abitino ai piedi del Monte Ceneri). Un comunicato che mi aveva dettato passeggiando più che nervosamente nella sala dei fax di Palazzo Chigi, in preda a ira e dolore”.
