Si avvicina la Santa Pasqua di Resurrezione, mentre i nostri fratelli ebrei stanno per vivere Pesach, il Passaggio. È appena terminato il Ramadam. Noi tutte e tutti (la Squadra di O anche no, su Rai 3 ogni domenica mattina, le due Redazioni della Sfida della Solidarietà Radio Rai Gr Parlamento ogni lunedì e venerdì sera, l’agenzia Angelipress.com, il gruppo Social su FB degli Amici di O anche No) avremmo voluto con tutte le nostre forze farvi un dono: la replica del nostro speciale sulle cure palliative e il fine vita (arricchito da alcune integrazioni). Speravamo di riuscire a mandarlo in onda dopo la Via Crucis del Santo Padre, ma non è stato possibile.
Noi crediamo nella vita, nel diritto ad una vita dignitosa e giusta per tutti, nella buona battaglia (come scrive sant’Agostino) che ogni giorno, insieme a voi, portiamo avanti con la passione e l’ostinazione che ci contraddistingue . Per questo vi inviamo, come ogni anno, alcuni brani degli scrittori che amiamo e che con le loro parole ci sostengono. Perché non dobbiamo mai dimenticare che non siamo soli, che non siete soli. Siamo insieme, anche e soprattutto di fronte al dolore e all’accoglienza dei diversi, dei lontani, dei più fragili.
Il primo brano è tratto dal libro di Christian Bobin, a cura di Giuseppe Conoci, edizione Anima Mundi, “illumina ciò che ami senza toccare l’ombra”.
……Christian Bobin:
Non c’è una vera e propria separazione trai vivi e i morti, contrariamente a quanto crediamo.
Giuseppe Conoci:
Come puoi esserne così sicuro? Da dove proviene questa tua certezza?
CB :Ne sono sicuro, così come sono sicuro che a metà maggio è primavera. Così come sono sicuro di vedere la neve che cade dal cielo… E qualcosa che non si può spiegare. Non si tratta di un sapere, si tratta di un sentimento più profondo del cuore.
È come un cuore all’interno del cuore. Un cuore come una matriosca, una di quelle bambole inserite le une dentro le altre. Abbiamo un cuore nel petto che ci serve per compiere un sacco di errori, che ci permette di sbagliare gioiosamente, e poi, all’interno di questo cuore, ne abbiamo un altro molto più solido, molto più prezioso, dentro il quale entrano una volta per tutte coloro che amiamo. E, una volta entrati, non ne escono più, persino quando moriamo. Anche quando moriamo c’è qualcosa che continua, all’infinito.
Oggi pomeriggio ho letto qualche pagina di un libro di una poetessa russa, Marina Cvetaeva. Una frase in particolare mi ha colpito di questo stupefacente libretto: “Quando penso alla mia morte mi trovo in uno stato di grande stupore. Mi chiedo dove andrà così tanto amore”.
Il secondo brano è tratto dal libro di Zygmunt Bauman, a cura di Mario Marazziti e Luca Riccardi, edizione San Paolo, “La luce in fondo al tunnel – Dialoghi sulla vita e la modernità”.
……Zygmunt Bauman:
Qui c’è davvero un problema. Un problema vero, che è dato dalla presenza “disturbante” di uno straniero, uno sconosciuto. Stiamo suddividendo il mondo fra amici e nemici. Istintivamente sappiamo come gestire i nemici: verso i quali si dovrebbe essere costantemente vigili, sospettosi, li si dovrebbe guardare con prudenza, mantenendoli a distanza e così via. E poi ci sono gli amici: con loro puoi aprirti, confidare idee intime, goderti la vita assieme a loro. Ma c’è una terza categoria: lo Straniero. Non si sa bene come comportarsi con lui. È un amico? È un nemico? Non lo sappiamo. Si diffonde il sospetto, che poi vuol dire che ci si aspetta che tutto potrebbe succedere. Non sai come leggere il suo volto. Non conosci le sue intenzioni, non conosci il suo modo di pensare.
Mario Marazziti:
Per fare un esempio concreto, per molti anni in Italia i media hanno usato solo una parola per gli immigrati: “clandestino”. Se sono extra europei, se sono rifugiati, se sono richiedenti asilo, profughi. Stranieri irregolari solo con i documenti scaduti, per tutte le categorie è stata usata solo una parola: “clandestino”. Questo ha creato un senso di incertezza, di agguato possibile, come ombre che non si sa dove siano: «non lo so, sono sospettoso».
ZB:
Lo straniero implica una forte ambivalenza. Ludwig Wittgenstein disse che comprendere significa sapere come andare avanti. Nel caso dello straniero, egli non sa come andare avanti, noi non sappiamo come andare avanti, né cosa aspettarsi, né cosa aspettarci. Non ti senti al sicuro, ed è naturale. Qualsiasi cosa lui dica, in qualsiasi modo lo straniero cerchi di convincere le persone, quando vede gente che si immagina tutto e non sa nulla lo straniero si sente a disagio. Questo non crea necessariamente antagonismo, ma è il terreno sul quale cresce l’antagonismo. Terreno ideale per un demagogo, e mi sembra che non aspettino altro.
Nella modernità liquida, le persone vivono in uno stato di continua incertezza. Non per colpa degli immigrati, ma a causa del lavoro. Potrebbero perdere il lavoro in ogni istante, non hanno un posto fisso. I grandi gruppi possono mangiare le compagnie più piccole e creare improvvisamente delle eccedenze di capitale umano nell’economia che risolvono con tagli dell’occupazione e così via. Ma si possono perdere tutti i risparmi di una vita a causa di un improvviso collasso del credito. Anche le relazioni umane, le relazioni personali sono sempre più fragili, non sono legami forti come quelli di un tempo.
Possono essere infrante in ogni momento. Il vecchio partner potrebbe abbandonarti, e rimani senza compagnia. C’è un’incertezza costante. Le persone sono costantemente im-paurite. Ho scritto riguardo a questa “paura”: anche se hai avuto una buona giornata, di not-te ci sono gli incubi. Non riesci a dormire, hai l’insonnia. Cosa scoprirai, domani, quando ti sveglierai? Cosa sarà cambiato? C’è l’esigenza popolare di una semplificazione che offra una facile spiegazione di ciò che è sbagliato, una formula magica, una chiave per aprire tutti lucchetti. Di conseguenza, abbiamo il populismo e la demagogia in base ai quali le persone decidono di darsi spiegazioni semplici. Stigmatizzano tutti questi alieni, stranieri. “clandestini” come qualcosa di lontano da tutto ciò che è quieto, stabile…
Il terzo brano è tratto da “Il lieto annunzio del Bocco” a cura di Sara e Giovanni Bianchi, e riporta le parole di Angela Volpini, la fondatrice della comunità Nova Cana, edizione Servitium.
…..Angela Volpini:
Oggi sono sollecitata a spiegare quali sono stati i passi del Vangelo che più mi hanno colpito perché confermano la mia esperienza.
Uno di questi è l’incontro notturno di Gesù con Nicodemo. Le parole che mi hanno colpito sono: «Credimi, nessuno potrà vedere il regno di Dio se non nasce nuovamente».
Tutti abbiamo in mente lo stupore di Nicodemo e la continuazione del discorso di Gesù. Ma io sono stata folgorata da queste parole quasi come quando vedevo Maria.
Gesù ha detto a Nicodemo quello che Maria ha fatto capire a me e cioè: da Dio e dagli esseri umani che ci hanno preceduto abbiamo ricevuto la vita umana ma la nostra personale soggettività o la creiamo noi o non ci sarà.
Questa possibilità io la vedevo come la più grande testimonianza dell’amore di Dio. L’autore della vita consegna a ogni essere umano la libertà di fare della propria vita ciò che vuole!
Comprendevo che solo avendo questa libertà di farci come vogliamo, possiamo conoscere l’amore che ci ha originato, il quale vuole condividere con ognuno di noi il capolavoro della sua creazione: noi stessi.
Mi parve del tutto chiaro leggere le parole di Gesù nel medesimo senso che Maria mi aveva fatto conoscere, cioè come la nostra possibilità, il nostro valore e l’amore gratuito di Dio.
Nascere nuovamente e in modo nuovo non voleva forse dire portare alla luce, incarnare, l’esigenza di bene, di felicità, d’infinito che ogni umano ha racchiuso nel proprio profondo come bussola che indica il cammino della nostra umanità verso la felicità?
E mi parve tanto chiaro comprendere che l’amore di Dio non poteva che fare quello che effettivamente ha fatto: darci la vita con tutte le possibilità affinché ognuno di noi potesse usarle per creare se stesso, dandosi, o non dandosi, la qualità di Dio.
L’ultimo brano è tratto dall’enciclica del Santo Padre Giovanni XXIII, “Pacem in Terris” dell’11 aprile del 1963.
L’attuazione del bene comune: ragione d’essere dei poteri pubblici
32. Tutti gli esseri umani e tutti i corpi intermedi sono tenuti a portare il loro specifico contributo all’attuazione del bene comune. Ciò comporta che perseguano i propri interessi in armonia con le sue esigenze; e adducano, allo stesso scopo, gli apporti in beni e servizi che le legittime autorità stabiliscono, secondo criteri di giustizia, nella debita forma e nell’ambito della pro-pria competenza; e cioè con atti formalmente perfetti e i cui contenuti siano moralmente buoni o, almeno, ordinabili al bene.
Però l’attuazione del bene comune costituisce la stessa ragione di essere dei poteri pubblici; i quali sono tenuti ad attuarlo nel riconoscimento e nel rispetto dei suoi elementi essenziali e secondo contenuti postulati dalle situazioni storiche (cfr. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942).
Aspetti fondamentali del bene comune
33. Vanno certamente considerati come elementi del bene comune le caratteristiche etniche che contraddistinguono i vari gruppi umani (cfr. enc. Summi Pontificatus di Pio XII). Però quei valori e quelle caratteristiche non esauriscono il contenuto del bene comune. Il quale nei suoi aspetti essenziali e più profondi non può essere concepito in termini dottrinali e meno ancora deter minato nei suoi contenuti storici che avendo riguardo all’uomo, essendo esso un oggetto essenzialmente correlativo alla natura umana (cfr. enc. Mit brennender Sorge di Pio XI).
34. In secondo luogo quello comune è un bene a cui hanno diritto di parte cipare tutti i membri di una comunità politica, anche se in grado diverso a seconda dei loro compiti, meriti e condizioni. I poteri pubblici quindi sono tenuti a promuoverlo a vantaggio di tutti senza preferenza per alcuni cittadini o per alcuni gruppi di essi, come insegna il nostro predecessore Leone XIII. «Ne in veruna guisa si deve far sì che la civile autorità serva all’interesse di uno o di pochi, essendo essa invece stabilita a vantaggio di tutti (enc. Immortale Dei di Leone XIII: Acta Leonis). Però ragioni di giustizia e di equità possono talvolta esigere che i poteri pubblici abbiano speciali riguardi per le membra più deboli del corpo sociale, trovandosi esse in condizioni di inferiorità nel far vedere i loro diritti e nel perseguire i loro legittimi interessi (cfr. enc. Rerum novarum di Leone XIII).
35. Ma qui dobbiamo richiamare l’attenzione sul fatto che il bene comune ha attinenza a tutto l’uomo: tanto ai bisogni del suo corpo che alle esigenze del suo spirito. Per cui i poteri pubblici si devono adoperare ad attuarlo nei modi e nei gradi che ad essi convengono; in maniera tale però da promuovere simultaneamente, nel riconoscimento e nel rispetto della gerarchia dei valori, tanto la prosperità materiale che i beni spirituali (cfr. enc. Summi ami pontificatus di Pio XII).
Chiudiamo con una poesia di Dario Meneghetti, grande poeta e amico di O anche No.Dario,da molti anni,è completamente immobilizzato e non può parlare,scrive con il puntatore ottico:
“Deserto
Insegnami a pregare
io non ne sono capace
mi manca il talento
e non posso aspettare.
Devo attraversare il deserto,
senza cammello capisci
senza riserve, senza cervello.
Insegnami tu a pregare
per l’ombra, per l’acqua
perché il sole non bruci.
Questa faccenda del vivere
è troppo per chiunque
insegnami ad amare
imparerò a pregare”
Il giorno di Pasqua non andremo in onda ma la notte di Pasquetta si.Vi aspettiamo con amore e gratitudine
