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martedì, 13 Ottobre, 2026

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“Costruttori di comunità: per il sud non bastano i soldi. Ci vuole capitale umano” di Carlo Borgomeo sul Corriere della Sera

In un testo recentemente edito da Vita e Pensiero ("Sud il capitale che serve") ho dato conto di alcune esperienze, tra le tante sostenute in questi anni dalla Fondazione com il Sud, che potremmo definire storie di successo. Storie in cui la visione, l'impegno, l'ostinazione e in qualche caso l'eroismo di soggetti del Terzo settore hanno conseguito risultati importanti in termini di inclusione di soggetti fragli, di promozione di cittadinanza, di valorizzazione di beni comuni. Come oggi si preferisce dire, hanno avuto certamente un impatto molto positivo.

Per motivi di spazio, nel mio libro ho potuto citarne solo alcune tra le numerosissime che meritebbero di essere raccontate. Tutte hanno vissuto un'evoluzione molto significativa sulla quale vale la pena riflettore Riflettere per evitare il rischio, assai evidente, che raccontare queste storie susciti profondo stupore, grande ammirazione e determini giudizi assai postivi sui protagonisti chiamati spesso a raccontare le loro «incredibili» esperienze, ritenute di solito, non replicabili.

Perché un rischio? Perché in queste espertenze c'è di più molto di più. Nate per l'esigenza di dare risposte a situazioni di disagio sociale molto pronunciato, a situazioni di totale negazione dei diritti, a fenomeni di diseguaglianza intollerabili, progressivamente hanno acquisito un ruolo più «complesso» articolando e arcchendo le loro attività individuando nuovi bisogni, ma anche nuove opportunità e nuovi spazi di impegno guardando con occhio nuovo a spazi ed edifici abbandonati e degradati affrontando con cautela, ma con determinazione, la sfida della dimensione imprenditoriale, ovviamente in una logica non profit e senza mai appannare li vincolo della solidariet che ha ispirato i loro primi passi. È così molte di queste realtà hanno determinato centinaia di posti di lavoro, molti per soggetti a vario titolo svantaggiati; hanno valorizzato beni confiscati e altri beni pubblici inutlizzati; hanno contaminato i territori in alcuni casi in modo clamoroso dando senso e corpo al termine «comunità» di cui qualche volta si abusa; hanno sottratto consenso alle mafie; hanno «sfidato» la pubblica amministrazione sul terreno dell'innovazione, dell'efficacia e nell'efficienza degli interventi.

E questi processi, visti da Sud, hanno una valenza particolare. Dopo 72 anni di politiche pubbliche per il Sud, il divario con il resto del Paese è praticamente Immutato. La cultura dello sviluppo che ha guidato quelle politiche si è dimostrata, oggettivamente, sbagliata.

Trasferire risorse, poche o tante che siano, è necessario, ma non sufficiente. E se non sì investe sul capitale umano, se non si fa appello alla responsabilità dei soggetti locali, quei trasterimenti rischiano, come è successo, di aumentare la dipendenza del territori. Ormai, finalmente, affermare che il capitale sociale è una premessa dello sviluppo: sottolineare che senza comunità, senza coesione sociale, non c'è sviluppo costituiscono posizioni non più considerate eversive o elusive, come in passato.

Ma come si accumula capitale sociale nei luoghi più difficili? La lezione che ci viene da esperienze sempre più diffuse è che i Terzo Settore è un formidabile «produttore» di capitale sociale. Con le sue iniziative, con la sua attenzione alle persone ed alle relazioni tra le persone, è un insostituibile costruttore di comunità. Che quindi parlare di Terzo settore non è solo parlare di benefattori ma di soggetti di cambiamento. Per usare una ciassificazione cara ad Aldo Bonomi, la comunità di cura diventa anche comunità operosa, capace di risposte complesse ai bisogni dei territori.

Per il Sud questo è un percorso obbligato da provocare ed accompagnare. Ma a ben vedere, recuperare la centralità del valore della Comunità riguarda l'intero Paese. Sempre più frequentemente. alla denuncia delle crescenti diseguaglianze, dell'incredibile aumento delle povertà, della crisi climatica si imvoca «un cambio di paradigma». Forse è su questo che bisogna lavorare: le istituzioni, la polltica, la pubblica opinione doverebbero occuparsi un po' di più della infrastruttarazione sociale e non solo di quella economica. Dovrebbero convincersi, ed operare di conseguenza, che la Comunità non è un valore per anime pie o per inguaribili nostalgici. È 1a condizione per Il benessere comune.

Presidente
Fondazione con il Sud


Fonte: Corriere della sera

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